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Purgatorio (Italian) Analysis



Author: Poetry of Dante Alighieri Type: Poetry Views: 1270

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<PRE>LA DIVINA COMMEDIA

di Dante Alighieri

PURGATORIO<strong>Purgatorio: Canto I</strong>&nbsp; Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a s&eacute; mar s&igrave; crudele;

&nbsp; e canter&ograve; di quel secondo regno

dove l'umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.

&nbsp; Ma qui la morta poes&igrave; resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Caliop&egrave; alquanto surga,

&nbsp; seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.

&nbsp; Dolce color d'oriental zaffiro,

che s'accoglieva nel sereno aspetto

del mezzo, puro infino al primo giro,

&nbsp; a li occhi miei ricominci&ograve; diletto,

tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta

che m'avea contristati li occhi e 'l petto.

&nbsp; Lo bel pianeto che d'amar conforta

faceva tutto rider l'oriente,

velando i Pesci ch'erano in sua scorta.

&nbsp; I' mi volsi a man destra, e puosi mente

a l'altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch'a la prima gente.

&nbsp; Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:

oh settentrional vedovo sito,

poi che privato se' di mirar quelle!

&nbsp; Com'io da loro sguardo fui partito,

un poco me volgendo a l 'altro polo,

l&agrave; onde il Carro gi&agrave; era sparito,

&nbsp; vidi presso di me un veglio solo,

degno di tanta reverenza in vista,

che pi&ugrave; non dee a padre alcun figliuolo.

&nbsp; Lunga la barba e di pel bianco mista

portava, a' suoi capelli simigliante,

de' quai cadeva al petto doppia lista.

&nbsp; Li raggi de le quattro luci sante

fregiavan s&igrave; la sua faccia di lume,

ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.

&nbsp; &laquo;Chi siete voi che contro al cieco fiume

fuggita avete la pregione etterna?&raquo;,

diss'el, movendo quelle oneste piume.

&nbsp; &laquo;Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,

uscendo fuor de la profonda notte

che sempre nera fa la valle inferna?

&nbsp; Son le leggi d'abisso cos&igrave; rotte?

o &egrave; mutato in ciel novo consiglio,

che, dannati, venite a le mie grotte?&raquo;.

&nbsp; Lo duca mio allor mi di&egrave; di piglio,

e con parole e con mani e con cenni

reverenti mi f&eacute; le gambe e 'l ciglio.

&nbsp; Poscia rispuose lui: &laquo;Da me non venni:

donna scese del ciel, per li cui prieghi

de la mia compagnia costui sovvenni.

&nbsp; Ma da ch'&egrave; tuo voler che pi&ugrave; si spieghi

di nostra condizion com'ell'&egrave; vera,

esser non puote il mio che a te si nieghi.

&nbsp; Questi non vide mai l'ultima sera;

ma per la sua follia le fu s&igrave; presso,

che molto poco tempo a volger era.

&nbsp; S&igrave; com'io dissi, fui mandato ad esso

per lui campare; e non l&igrave; era altra via

che questa per la quale i' mi son messo.

&nbsp; Mostrata ho lui tutta la gente ria;

e ora intendo mostrar quelli spirti

che purgan s&eacute; sotto la tua bal&igrave;a.

&nbsp; Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;

de l'alto scende virt&ugrave; che m'aiuta

conducerlo a vederti e a udirti.

&nbsp; Or ti piaccia gradir la sua venuta:

libert&agrave; va cercando, ch'&egrave; s&igrave; cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.

&nbsp; Tu 'l sai, ch&eacute; non ti fu per lei amara

in Utica la morte, ove lasciasti

la vesta ch'al gran d&igrave; sar&agrave; s&igrave; chiara.

&nbsp; Non son li editti etterni per noi guasti,

ch&eacute; questi vive, e Min&ograve;s me non lega;

ma son del cerchio ove son li occhi casti

&nbsp; di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,

o santo petto, che per tua la tegni:

per lo suo amore adunque a noi ti piega.

&nbsp; Lasciane andar per li tuoi sette regni;

grazie riporter&ograve; di te a lei,

se d'esser mentovato l&agrave; gi&ugrave; degni&raquo;.

&nbsp; &laquo;Marzia piacque tanto a li occhi miei

mentre ch'i' fu' di l&agrave;&raquo;, diss'elli allora,

&laquo;che quante grazie volse da me, fei.

&nbsp; Or che di l&agrave; dal mal fiume dimora,

pi&ugrave; muover non mi pu&ograve;, per quella legge

che fatta fu quando me n'usci' fora.

&nbsp; Ma se donna del ciel ti muove e regge,

come tu di' , non c'&egrave; mestier lusinghe:

bastisi ben che per lei mi richegge.

&nbsp; Va dunque, e fa che tu costui ricinghe

d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,

s&igrave; ch'ogne sucidume quindi stinghe;

&nbsp; ch&eacute; non si converria, l'occhio sorpriso

d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo

ministro, ch'&egrave; di quei di paradiso.

&nbsp; Questa isoletta intorno ad imo ad imo,

l&agrave; gi&ugrave; col&agrave; dove la batte l'onda,

porta di giunchi sovra 'l molle limo;

&nbsp; null'altra pianta che facesse fronda

o indurasse, vi puote aver vita,

per&ograve; ch'a le percosse non seconda.

&nbsp; Poscia non sia di qua vostra reddita;

lo sol vi mosterr&agrave;, che surge omai,

prendere il monte a pi&ugrave; lieve salita&raquo;.

&nbsp; Cos&igrave; spar&igrave;; e io s&ugrave; mi levai

sanza parlare, e tutto mi ritrassi

al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

&nbsp; El cominci&ograve;: &laquo;Figliuol, segui i miei passi:

volgianci in dietro, ch&eacute; di qua dichina

questa pianura a' suoi termini bassi&raquo;.

&nbsp; L'alba vinceva l'ora mattutina

che fuggia innanzi, s&igrave; che di lontano

conobbi il tremolar de la marina.

&nbsp; Noi andavam per lo solingo piano

com'om che torna a la perduta strada,

che 'nfino ad essa li pare ire in vano.

&nbsp; Quando noi fummo l&agrave; 've la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,

&nbsp; ambo le mani in su l'erbetta sparte

soavemente 'l mio maestro pose:

ond'io, che fui accorto di sua arte,

&nbsp; porsi ver' lui le guance lagrimose:

ivi mi fece tutto discoverto

quel color che l'inferno mi nascose.

&nbsp; Venimmo poi in sul lito diserto,

che mai non vide navicar sue acque

omo, che di tornar sia poscia esperto.

&nbsp; Quivi mi cinse s&igrave; com'altrui piacque:

oh maraviglia! ch&eacute; qual elli scelse

l'umile pianta, cotal si rinacque

&nbsp; subitamente l&agrave; onde l'avelse.<strong>Purgatorio: Canto II</strong>&nbsp; Gi&agrave; era 'l sole a l'orizzonte giunto

lo cui meridian cerchio coverchia

Ierusal&egrave;m col suo pi&ugrave; alto punto;

&nbsp; e la notte, che opposita a lui cerchia,

uscia di Gange fuor con le Bilance,

che le caggion di man quando soverchia;

&nbsp; s&igrave; che le bianche e le vermiglie guance,

l&agrave; dov'i' era, de la bella Aurora

per troppa etate divenivan rance.

&nbsp; Noi eravam lunghesso mare ancora,

come gente che pensa a suo cammino,

che va col cuore e col corpo dimora.

&nbsp; Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,

per li grossi vapor Marte rosseggia

gi&ugrave; nel ponente sovra 'l suol marino,

&nbsp; cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,

un lume per lo mar venir s&igrave; ratto,

che 'l muover suo nessun volar pareggia.

&nbsp; Dal qual com'io un poco ebbi ritratto

l'occhio per domandar lo duca mio,

rividil pi&ugrave; lucente e maggior fatto.

&nbsp; Poi d'ogne lato ad esso m'appario

un non sapeva che bianco, e di sotto

a poco a poco un altro a lui uscio.

&nbsp; Lo mio maestro ancor non facea motto,

mentre che i primi bianchi apparver ali;

allor che ben conobbe il galeotto,

&nbsp; grid&ograve;: &laquo;Fa, fa che le ginocchia cali.

Ecco l'angel di Dio: piega le mani;

omai vedrai di s&igrave; fatti officiali.

&nbsp; Vedi che sdegna li argomenti umani,

s&igrave; che remo non vuol, n&eacute; altro velo

che l'ali sue, tra liti s&igrave; lontani.

&nbsp; Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,

trattando l'aere con l'etterne penne,

che non si mutan come mortal pelo&raquo;.

&nbsp; Poi, come pi&ugrave; e pi&ugrave; verso noi venne

l'uccel divino, pi&ugrave; chiaro appariva:

per che l'occhio da presso nol sostenne,

&nbsp; ma chinail giuso; e quei sen venne a riva

con un vasello snelletto e leggero,

tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.

&nbsp; Da poppa stava il celestial nocchiero,

tal che faria beato pur descripto;

e pi&ugrave; di cento spirti entro sediero.

&nbsp; '





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