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Paradiso (Italian) Analysis



Author: poem of Dante Alighieri Type: poem Views: 31

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LA DIVINA COMMEDIA

di Dante Alighieri

PARADISO







Paradiso: Canto I



  La gloria di colui che tutto move

per l'universo penetra, e risplende

in una parte più e meno altrove.

  Nel ciel che più de la sua luce prende

fu' io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di là sù discende;

  perché appressando sé al suo disire,

nostro intelletto si profonda tanto,

che dietro la memoria non può ire.

  Veramente quant'io del regno santo

ne la mia mente potei far tesoro,

sarà ora materia del mio canto.

  O buono Appollo, a l'ultimo lavoro

fammi del tuo valor sì fatto vaso,

come dimandi a dar l'amato alloro.

  Infino a qui l'un giogo di Parnaso

assai mi fu; ma or con amendue

m'è uopo intrar ne l'aringo rimaso.

  Entra nel petto mio, e spira tue

sì come quando Marsia traesti

de la vagina de le membra sue.

  O divina virtù, se mi ti presti

tanto che l'ombra del beato regno

segnata nel mio capo io manifesti,

  vedra'mi al piè del tuo diletto legno

venire, e coronarmi de le foglie

che la materia e tu mi farai degno.

  Sì rade volte, padre, se ne coglie

per triunfare o cesare o poeta,

colpa e vergogna de l'umane voglie,

  che parturir letizia in su la lieta

delfica deità dovria la fronda

peneia, quando alcun di sé asseta.

  Poca favilla gran fiamma seconda:

forse di retro a me con miglior voci

si pregherà perché Cirra risponda.

  Surge ai mortali per diverse foci

la lucerna del mondo; ma da quella

che quattro cerchi giugne con tre croci,

  con miglior corso e con migliore stella

esce congiunta, e la mondana cera

più a suo modo tempera e suggella.

  Fatto avea di là mane e di qua sera

tal foce, e quasi tutto era là bianco

quello emisperio, e l'altra parte nera,

  quando Beatrice in sul sinistro fianco

vidi rivolta e riguardar nel sole:

aquila sì non li s'affisse unquanco.

  E sì come secondo raggio suole

uscir del primo e risalire in suso,

pur come pelegrin che tornar vuole,

  così de l'atto suo, per li occhi infuso

ne l'imagine mia, il mio si fece,

e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso.

  Molto è licito là, che qui non lece

a le nostre virtù, mercé del loco

fatto per proprio de l'umana spece.

  Io nol soffersi molto, né sì poco,

ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,

com'ferro che bogliente esce del foco;

  e di sùbito parve giorno a giorno

essere aggiunto, come quei che puote

avesse il ciel d'un altro sole addorno.

  Beatrice tutta ne l'etterne rote

fissa con li occhi stava; e io in lei

le luci fissi, di là sù rimote.

  Nel suo aspetto tal dentro mi fei,

qual si fé Glauco nel gustar de l'erba

che 'l fé consorto in mar de li altri dèi.

  Trasumanar significar per verba

non si poria; però l'essemplo basti

a cui esperienza grazia serba.

  S'i' era sol di me quel che creasti

novellamente, amor che 'l ciel governi,

tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.

  Quando la rota che tu sempiterni

desiderato, a sé mi fece atteso

con l'armonia che temperi e discerni,

  parvemi tanto allor del cielo acceso

de la fiamma del sol, che pioggia o fiume

lago non fece alcun tanto disteso.

  La novità del suono e 'l grande lume

di lor cagion m'accesero un disio

mai non sentito di cotanto acume.

  Ond'ella, che vedea me sì com'io,

a quietarmi l'animo commosso,

pria ch'io a dimandar, la bocca aprio,

  e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso

col falso imaginar, sì che non vedi

ciò che vedresti se l'avessi scosso.

  Tu non se' in terra, sì come tu credi;

ma folgore, fuggendo il proprio sito,

non corse come tu ch'ad esso riedi».

  S'io fui del primo dubbio disvestito

per le sorrise parolette brevi,

dentro ad un nuovo più fu' inretito,

  e dissi: «Già contento requievi

di grande ammirazion; ma ora ammiro

com'io trascenda questi corpi levi».

  Ond'ella, appresso d'un pio sospiro,

li occhi drizzò ver' me con quel sembiante

che madre fa sovra figlio deliro,

  e cominciò: «Le cose tutte quante

hanno ordine tra loro, e questo è forma

che l'universo a Dio fa simigliante.

  Qui veggion l'alte creature l'orma

de l'etterno valore, il qual è fine

al quale è fatta la toccata norma.

  Ne l'ordine ch'io dico sono accline

tutte nature, per diverse sorti,

più al principio loro e men vicine;

  onde si muovono a diversi porti

per lo gran mar de l'essere, e ciascuna

con istinto a lei dato che la porti.

  Questi ne porta il foco inver' la luna;

questi ne' cor mortali è permotore;

questi la terra in sé stringe e aduna;

  né pur le creature che son fore

d'intelligenza quest'arco saetta

ma quelle c'hanno intelletto e amore.

  La provedenza, che cotanto assetta,

del suo lume fa 'l ciel sempre quieto

nel qual si volge quel c'ha maggior fretta;

  e ora lì, come a sito decreto,

cen porta la virtù di quella corda

che ciò che scocca drizza in segno lieto.

  Vero è che, come forma non s'accorda

molte fiate a l'intenzion de l'arte,

perch'a risponder la materia è sorda,

  così da questo corso si diparte

talor la creatura, c'ha podere

di piegar, così pinta, in altra parte;

  e sì come veder si può cadere

foco di nube, sì l'impeto primo

l'atterra torto da falso piacere.

  Non dei più ammirar, se bene stimo,

lo tuo salir, se non come d'un rivo

se d'alto monte scende giuso ad imo.

  Maraviglia sarebbe in te se, privo

d'impedimento, giù ti fossi assiso,

com'a terra quiete in foco vivo».

  Quinci rivolse inver' lo cielo il viso.







Paradiso: Canto II



  O voi che siete in piccioletta barca,

desiderosi d'ascoltar, seguiti

dietro al mio legno che cantando varca,

  tornate a riveder li vostri liti:

non vi mettete in pelago, ché forse,

perdendo me, rimarreste smarriti.

  L'acqua ch'io prendo già mai non si corse;

Minerva spira, e conducemi Appollo,

e nove Muse mi dimostran l'Orse.

  Voialtri pochi che drizzaste il collo

per tempo al pan de li angeli, del quale

vivesi qui ma non sen vien satollo,

  metter potete ben per l'alto sale

vostro navigio, servando mio solco

dinanzi a l'acqua che ritorna equale.

  Que' gloriosi che passaro al Colco

non s'ammiraron come voi farete,

quando Iasón vider fatto bifolco.

  La concreata e perpetua sete

del deiforme regno cen portava

veloci quasi come 'l ciel vedete.

  Beatrice in suso, e io in lei guardava;

e forse in tanto in quanto un quadrel posa

e vola e da la noce si dischiava,

  giunto mi vidi ove mirabil cosa

mi torse il viso a sé; e però quella

cui non potea mia cura essere ascosa,

  volta ver' me, sì lieta come bella,

«Drizza la mente in Dio grata», mi disse,

«che n'ha congiunti con la prima stella».

  Parev'a me che nube ne coprisse

lucida, spessa, solida e pulita,

quasi adamante che lo sol ferisse.

  Per entro sé l'etterna margarita

ne ricevette, com'acqua recepe

raggio di luce permanendo unita.

  S'io era corpo, e qui non si concepe

com'una dimensione altra patio,

ch'esser convien se corpo in corpo repe,

  accender ne dovrìa più il disio

di veder quella essenza in che si vede

come nostra natura e Dio s'unio.

  Lì si vedrà ciò che tenem per fede,

non dimostrato, ma fia per sé noto

a guisa del ver primo che l'uom crede.

  Io rispuosi: «Madonna, sì devoto

com'esser posso più, ringrazio lui

lo qual dal mortal mondo m'ha remoto.

  Ma ditemi: che son li segni bui

di questo corpo, che là giuso in terra

fan di Cain favoleggiare altrui?».

  Ella sorrise alquanto, e poi «S'elli erra

l'oppinion», mi disse, «d'i mortali

dove chiave di senso non diserra,

  certo non ti dovrien punger li strali

d'ammirazione omai, poi dietro ai sensi

vedi che la ragione ha corte l'ali.

  Ma dimmi quel che tu da te ne pensi».

E io: «Ciò che n'appar qua sù diverso

credo che fanno i corpi rari e densi».

  Ed ella: «Certo assai vedrai sommerso

nel falso il creder tuo, se bene ascolti

l'argomentar ch'io li farò avverso.

  La spera ottava vi dimostra molti

lumi, li quali e nel quale e nel quanto

notar si posson di diversi volti.

  Se raro e denso ciò facesser tanto,

una sola virtù sarebbe in tutti,

più e men distributa e altrettanto.

  Virtù diverse esser convegnon frutti

di princìpi formali, e quei, for ch'uno,

seguiterìeno a tua ragion distrutti.

  Ancor, se raro fosse di quel bruno

cagion che tu dimandi, o d'oltre in parte

fora di sua materia sì digiuno

  esto pianeto, o, sì come comparte

lo grasso e 'l magro un corpo, così questo

nel suo volume cangerebbe carte.

  Se 'l primo fosse, fora manifesto

ne l'eclissi del sol per trasparere

lo lume come in altro raro ingesto.

  Questo non è: però è da vedere

de l'altro; e s'elli avvien ch'io l'altro cassi,

falsificato fia lo tuo parere.

  S'elli è che questo raro non trapassi,

esser conviene un termine da onde

lo suo contrario più passar non lassi;

  e indi l'altrui raggio si rifonde

così come color torna per vetro

lo qual di retro a sé piombo nasconde.

  Or dirai tu ch'el si dimostra tetro

ivi lo raggio più che in altre parti,

per esser lì refratto più a retro.

  Da questa instanza può deliberarti

esperienza, se già mai la provi,

ch'esser suol fonte ai rivi di vostr'arti.

  Tre specchi prenderai; e i due rimovi

da te d'un modo, e l'altro, più rimosso,

tr'ambo li primi li occhi tuoi ritrovi.

  Rivolto ad essi, fa che dopo il dosso

ti stea un lume che i tre specchi accenda

e torni a te da tutti ripercosso.

  Ben che nel quanto tanto non si stenda

la vista più lontana, lì vedrai

come convien ch'igualmente risplenda.

  Or, come ai colpi de li caldi rai

de la neve riman nudo il suggetto

e dal colore e dal freddo primai,

  così rimaso te ne l'intelletto

voglio informar di luce sì vivace,

che ti tremolerà nel suo aspetto.

  Dentro dal ciel de la divina pace

si gira un corpo ne la cui virtute

l'esser di tutto suo contento giace.

  Lo ciel seguente, c'ha tante vedute,

quell'esser parte per diverse essenze,

da lui distratte e da lui contenute.

  Li altri giron per varie differenze

le distinzion che dentro da sé hanno

dispongono a lor fini e lor semenze.

  Questi organi del mondo così vanno,

come tu vedi omai, di grado in grado,

che di sù prendono e di sotto fanno.

  Riguarda bene omai sì com'io vado

per questo loco al vero che disiri,

sì che poi sappi sol tener lo guado.

  Lo moto e la virtù d'i santi giri,

come dal fabbro l'arte del martello,

da' beati motor convien che spiri;

  e 'l ciel cui tanti lumi fanno bello,

de la mente profonda che lui volve

prende l'image e fassene suggello.

  E come l'alma dentro a vostra polve

per differenti membra e conformate

a diverse potenze si risolve,

  così l'intelligenza sua bontate

multiplicata per le stelle spiega,

girando sé sovra sua unitate.

  Virtù diversa fa diversa lega

col prezioso corpo ch'ella avviva,

nel qual, sì come vita in voi, si lega.

  Per la natura lieta onde deriva,

la virtù mista per lo corpo luce

come letizia per pupilla viva.

  Da essa vien ciò che da luce a luce

par differente, non da denso e raro;

essa è formal principio che produce,

  conforme a sua bontà, lo turbo e 'l chiaro».







Paradiso: Canto III



  Quel sol che pria d'amor mi scaldò 'l petto,

di bella verità m'avea scoverto,

provando e riprovando, il dolce aspetto;

  e io, per confessar corretto e certo

me stesso, tanto quanto si convenne

leva' il capo a proferer più erto;

  ma visione apparve che ritenne

a sé me tanto stretto, per vedersi,

che di mia confession non mi sovvenne.

  Quali per vetri trasparenti e tersi,

o ver per acque nitide e tranquille,

non sì profonde che i fondi sien persi,

  tornan d'i nostri visi le postille

debili sì, che perla in bianca fronte

non vien men forte a le nostre pupille;

  tali vid'io più facce a parlar pronte;

per ch'io dentro a l'error contrario corsi

a quel ch'accese amor tra l'omo e 'l fonte.

  Sùbito sì com'io di lor m'accorsi,

quelle stimando specchiati sembianti,

per veder di cui fosser, li occhi torsi;

  e nulla vidi, e ritorsili avanti

dritti nel lume de la dolce guida,

che, sorridendo, ardea ne li occhi santi.

  «Non ti maravigliar perch'io sorrida»,

mi disse, «appresso il tuo pueril coto,

poi sopra 'l vero ancor lo piè non fida,

  ma te rivolve, come suole, a vòto:

vere sustanze son ciò che tu vedi,

qui rilegate per manco di voto.

  Però parla con esse e odi e credi;

ché la verace luce che li appaga

da sé non lascia lor torcer li piedi».

  E io a l'ombra che parea più vaga

di ragionar, drizza'mi, e cominciai,

quasi com'uom cui troppa voglia smaga:

  «O ben creato spirito, che a' rai

di vita etterna la dolcezza senti

che, non gustata, non s'intende mai,

  grazioso mi fia se mi contenti

del nome tuo e de la vostra sorte».

Ond'ella, pronta e con occhi ridenti:

  «La nostra carità non serra porte

a giusta voglia, se non come quella

che vuol simile a sé tutta sua corte.

  I' fui nel mondo vergine sorella;

e se la mente tua ben sé riguarda,

non mi ti celerà l'esser più bella,

  ma riconoscerai ch'i' son Piccarda,

che, posta qui con questi altri beati,

beata sono in la spera più tarda.

  Li nostri affetti, che solo infiammati

son nel piacer de lo Spirito Santo,

letizian del suo ordine formati.

  E questa sorte che par giù cotanto,

però n'è data, perché fuor negletti

li nostri voti, e vòti in alcun canto».

  Ond'io a lei: «Ne' mirabili aspetti

vostri risplende non so che divino

che vi trasmuta da' primi concetti:

  però non fui a rimembrar festino;

ma or m'aiuta ciò che tu mi dici,

sì che raffigurar m'è più latino.

  Ma dimmi: voi che siete qui felici,

disiderate voi più alto loco

per più vedere e per più farvi amici?».

  Con quelle altr'ombre pria sorrise un poco;

da indi mi rispuose tanto lieta,

ch'arder parea d'amor nel primo foco:

  «Frate, la nostra volontà quieta

virtù di carità, che fa volerne

sol quel ch'avemo, e d'altro non ci asseta.

  Se disiassimo esser più superne,

foran discordi li nostri disiri

dal voler di colui che qui ne cerne;

  che vedrai non capere in questi giri,

s'essere in carità è qui necesse,



e se la sua natura ben rimiri.

  Anzi è formale ad esto beato esse

tenersi dentro a la divina voglia,

per ch'una fansi nostre voglie stesse;

  sì che, come noi sem di soglia in soglia

per questo regno, a tutto il regno piace

com'a lo re che 'n suo voler ne 'nvoglia.

  E 'n la sua volontade è nostra pace:

ell'è quel mare al qual tutto si move

ciò ch'ella cria o che natura face».

  Chiaro mi fu allor come ogne dove

in cielo è paradiso, etsi la grazia

del sommo ben d'un modo non vi piove.

  Ma sì com'elli avvien, s'un cibo sazia

e d'un altro rimane ancor la gola,

che quel si chere e di quel si ringrazia,

  così fec'io con atto e con parola,

per apprender da lei qual fu la tela

onde non trasse infino a co la spuola.

  «Perfetta vita e alto merto inciela

donna più sù», mi disse, «a la cui norma

nel vostro mondo giù si veste e vela,

  perché fino al morir si vegghi e dorma

con quello sposo ch'ogne voto accetta

che caritate a suo piacer conforma.

  Dal mondo, per seguirla, giovinetta

fuggi'mi, e nel suo abito mi chiusi

e promisi la via de la sua setta.

  Uomini poi, a mal più ch'a bene usi,

fuor mi rapiron de la dolce chiostra:

Iddio si sa qual poi mia vita fusi.

  E quest'altro splendor che ti si mostra

da la mia destra parte e che s'accende

di tutto il lume de la spera nostra,

  ciò ch'io dico di me, di sé intende;

sorella fu, e così le fu tolta

di capo l'ombra de le sacre bende.

  Ma poi che pur al mondo fu rivolta

contra suo grado e contra buona usanza,

non fu dal vel del cor già mai disciolta.

  Quest'è la luce de la gran Costanza

che del secondo vento di Soave

generò 'l terzo e l'ultima possanza».

  Così parlommi, e poi cominciò 'Ave,

Maria
' cantando, e cantando vanio

come per acqua cupa cosa grave.

  La vista mia, che tanto lei seguio

quanto possibil fu, poi che la perse,

volsesi al segno di maggior disio,

  e a Beatrice tutta si converse;

ma quella folgorò nel mio sguardo

sì che da prima il viso non sofferse;

  e ciò mi fece a dimandar più tardo.







Paradiso: Canto IV



  Intra due cibi, distanti e moventi

d'un modo, prima si morria di fame,

che liber'omo l'un recasse ai denti;

  sì si starebbe un agno intra due brame

di fieri lupi, igualmente temendo;

sì si starebbe un cane intra due dame:

  per che, s'i' mi tacea, me non riprendo,

da li miei dubbi d'un modo sospinto,

poi ch'era necessario, né commendo.

  Io mi tacea, ma 'l mio disir dipinto

m'era nel viso, e 'l dimandar con ello,

più caldo assai che per parlar distinto.

  Fé sì Beatrice qual fé Daniello,

Nabuccodonosor levando d'ira,

che l'avea fatto ingiustamente fello;

  e disse: «Io veggio ben come ti tira

uno e altro disio, sì che tua cura

sé stessa lega sì che fuor non spira.

  Tu argomenti: "Se 'l buon voler dura,

la violenza altrui per qual ragione

di meritar mi scema la misura?".

  Ancor di dubitar ti dà cagione

parer tornarsi l'anime a le stelle,

secondo la sentenza di Platone.

  Queste son le question che nel tuo velle

pontano igualmente; e però pria

tratterò quella che più ha di felle.

  D'i Serafin colui che più s'india,

Moisè, Samuel, e quel Giovanni

che prender vuoli, io dico, non Maria,

  non hanno in altro cielo i loro scanni

che questi spirti che mo t'appariro,

né hanno a l'esser lor più o meno anni;

  ma tutti fanno bello il primo giro,

e differentemente han dolce vita

per sentir più e men l'etterno spiro.

  Qui si mostraro, non perché sortita

sia questa spera lor, ma per far segno

de la celestial c'ha men salita.

  Così parlar conviensi al vostro ingegno,

però che solo da sensato apprende

ciò che fa poscia d'intelletto degno.

  Per questo la Scrittura condescende

a vostra facultate, e piedi e mano

attribuisce a Dio, e altro intende;

  e Santa Chiesa con aspetto umano

Gabriel e Michel vi rappresenta,

e l'altro che Tobia rifece sano.

  Quel che Timeo de l'anime argomenta

non è simile a ciò che qui si vede,

però che, come dice, par che senta.

  Dice che l'alma a la sua stella riede,

credendo quella quindi esser decisa

quando natura per forma la diede;

  e forse sua sentenza è d'altra guisa

che la voce non suona, ed esser puote

con intenzion da non esser derisa.

  S'elli intende tornare a queste ruote

l'onor de la influenza e 'l biasmo, forse

in alcun vero suo arco percuote.

  Questo principio, male inteso, torse

già tutto il mondo quasi, sì che Giove,

Mercurio e Marte a nominar trascorse.

  L'altra dubitazion che ti commove

ha men velen, però che sua malizia

non ti poria menar da me altrove.

  Parere ingiusta la nostra giustizia

ne li occhi d'i mortali, è argomento

di fede e non d'eretica nequizia.

  Ma perché puote vostro accorgimento

ben penetrare a questa veritate,

come disiri, ti farò contento.

  Se violenza è quando quel che pate

niente conferisce a quel che sforza,

non fuor quest'alme per essa scusate;

  ché volontà, se non vuol, non s'ammorza,

ma fa come natura face in foco,

se mille volte violenza il torza.

  Per che, s'ella si piega assai o poco,

segue la forza; e così queste fero

possendo rifuggir nel santo loco.

  Se fosse stato lor volere intero,

come tenne Lorenzo in su la grada,

e fece Muzio a la sua man severo,

  così l'avria ripinte per la strada

ond'eran tratte, come fuoro sciolte;

ma così salda voglia è troppo rada.

  E per queste parole, se ricolte

l'hai come dei, è l'argomento casso

che t'avria fatto noia ancor più volte.

  Ma or ti s'attraversa un altro passo

dinanzi a li occhi, tal che per te stesso

non usciresti: pria saresti lasso.

  Io t'ho per certo ne la mente messo

ch'alma beata non poria mentire,

però ch'è sempre al primo vero appresso;

  e poi potesti da Piccarda udire

che l'affezion del vel Costanza tenne;

sì ch'ella par qui meco contradire.

  Molte fiate già, frate, addivenne

che, per fuggir periglio, contra grato

si fé di quel che far non si convenne;

  come Almeone, che, di ciò pregato

dal padre suo, la propria madre spense,

per non perder pietà, si fé spietato.

  A questo punto voglio che tu pense

che la forza al voler si mischia, e fanno

sì che scusar non si posson l'offense.

  Voglia assoluta non consente al danno;

ma consentevi in tanto in quanto teme,

se si ritrae, cadere in più affanno.

  Però, quando Piccarda quello spreme,

de la voglia assoluta intende, e io

de l'altra; sì che ver diciamo insieme».

  Cotal fu l'ondeggiar del santo rio

ch'uscì del fonte ond'ogne ver deriva;

tal puose in pace uno e altro disio.

  «O amanza del primo amante, o diva»,

diss'io appresso, «il cui parlar m'inonda

e scalda sì, che più e più m'avviva,

  non è l'affezion mia tanto profonda,

che basti a render voi grazia per grazia;

ma quei che vede e puote a ciò risponda.

  Io veggio ben che già mai non si sazia

nostro intelletto, se 'l ver non lo illustra

di fuor dal qual nessun vero si spazia.

  Posasi in esso, come fera in lustra,

tosto che giunto l'ha; e giugner puollo:

se non, ciascun disio sarebbe frustra.

  Nasce per quello, a guisa di rampollo,

a piè del vero il dubbio; ed è natura

ch'al sommo pinge noi di collo in collo.

  Questo m'invita, questo m'assicura

con reverenza, donna, a dimandarvi

d'un'altra verità che m'è oscura.

  Io vo' saper se l'uom può sodisfarvi

ai voti manchi sì con altri beni,

ch'a la vostra statera non sien parvi».

  Beatrice mi guardò con li occhi pieni

di faville d'amor così divini,

che, vinta, mia virtute diè le reni,

  e quasi mi perdei con li occhi chini.







Paradiso: Canto V



  «S'io ti fiammeggio nel caldo d'amore

di là dal modo che 'n terra si vede,

sì che del viso tuo vinco il valore,

  non ti maravigliar; ché ciò procede

da perfetto veder, che, come apprende,

così nel bene appreso move il piede.

  Io veggio ben sì come già resplende

ne l'intelletto tuo l'etterna luce,

che, vista, sola e sempre amore accende;

  e s'altra cosa vostro amor seduce,

non è se non di quella alcun vestigio,

mal conosciuto, che quivi traluce.

  Tu vuo' saper se con altro servigio,

per manco voto, si può render tanto

che l'anima sicuri di letigio».

  Sì cominciò Beatrice questo canto;

e sì com'uom che suo parlar non spezza,

continuò così 'l processo santo:

  «Lo maggior don che Dio per sua larghezza

fesse creando, e a la sua bontate

più conformato, e quel ch'e' più apprezza,

  fu de la volontà la libertate;

di che le creature intelligenti,

e tutte e sole, fuoro e son dotate.

  Or ti parrà, se tu quinci argomenti,

l'alto valor del voto, s'è sì fatto

che Dio consenta quando tu consenti;

  ché, nel fermar tra Dio e l'uomo il patto,

vittima fassi di questo tesoro,

tal quale io dico; e fassi col suo atto.

  Dunque che render puossi per ristoro?

Se credi bene usar quel c'hai offerto,

di maltolletto vuo' far buon lavoro.

  Tu se' omai del maggior punto certo;

ma perché Santa Chiesa in ciò dispensa,

che par contra lo ver ch'i' t'ho scoverto,

  convienti ancor sedere un poco a mensa,

però che 'l cibo rigido c'hai preso,

richiede ancora aiuto a tua dispensa.

  Apri la mente a quel ch'io ti paleso

e fermalvi entro; ché non fa scienza,

sanza lo ritenere, avere inteso.

  Due cose si convegnono a l'essenza

di questo sacrificio: l'una è quella

di che si fa; l'altr'è la convenenza.

  Quest'ultima già mai non si cancella

se non servata; e intorno di lei

sì preciso di sopra si favella:

  però necessitato fu a li Ebrei

pur l'offerere, ancor ch'alcuna offerta

sì permutasse, come saver dei.

  L'altra, che per materia t'è aperta,

puote ben esser tal, che non si falla

se con altra materia si converta.

  Ma non trasmuti carco a la sua spalla

per suo arbitrio alcun, sanza la volta

e de la chiave bianca e de la gialla;

  e ogne permutanza credi stolta,

se la cosa dimessa in la sorpresa

come 'l quattro nel sei non è raccolta.

  Però qualunque cosa tanto pesa

per suo valor che tragga ogne bilancia,

sodisfar non si può con altra spesa.

  Non prendan li mortali il voto a ciancia;

siate fedeli, e a ciò far non bieci,

come Ieptè a la sua prima mancia;

  cui più si convenia dicer 'Mal feci',

che, servando, far peggio; e così stolto

ritrovar puoi il gran duca de' Greci,

  onde pianse Efigènia il suo bel volto,

e fé pianger di sé i folli e i savi

ch'udir parlar di così fatto cólto.

  Siate, Cristiani, a muovervi più gravi:

non siate come penna ad ogne vento,

e non crediate ch'ogne acqua vi lavi.

  Avete il novo e 'l vecchio Testamento,

e 'l pastor de la Chiesa che vi guida;

questo vi basti a vostro salvamento.

  Se mala cupidigia altro vi grida,

uomini siate, e non pecore matte,

sì che 'l Giudeo di voi tra voi non rida!

  Non fate com'agnel che lascia il latte

de la sua madre, e semplice e lascivo

seco medesmo a suo piacer combatte!».

  Così Beatrice a me com'io scrivo;

poi si rivolse tutta disiante

a quella parte ove 'l mondo è più vivo.

  Lo suo tacere e 'l trasmutar sembiante

puoser silenzio al mio cupido ingegno,

che già nuove questioni avea davante;

  e sì come saetta che nel segno

percuote pria che sia la corda queta,

così corremmo nel secondo regno.

  Quivi la donna mia vid'io sì lieta,

come nel lume di quel ciel si mise,

che più lucente se ne fé 'l pianeta.

  E se la stella si cambiò e rise,

qual mi fec'io che pur da mia natura

trasmutabile son per tutte guise!

  Come 'n peschiera ch'è tranquilla e pura

traggonsi i pesci a ciò che vien di fori

per modo che lo stimin lor pastura,

  sì vid'io ben più di mille splendori

trarsi ver' noi, e in ciascun s'udìa:

«Ecco chi crescerà li nostri amori».

  E sì come ciascuno a noi venìa,

vedeasi l'ombra piena di letizia

nel folgór chiaro che di lei uscia.

  Pensa, lettor, se quel che qui s'inizia

non procedesse, come tu avresti

di più savere angosciosa carizia;

  e per te vederai come da questi

m'era in disio d'udir lor condizioni,

sì come a li occhi mi fur manifesti.

  «O bene nato a cui veder li troni

del triunfo etternal concede grazia

prima che la milizia s'abbandoni,

  del lume che per tutto il ciel si spazia

noi semo accesi; e però, se disii

di noi chiarirti, a tuo piacer ti sazia».

  Così da un di quelli spirti pii

detto mi fu; e da Beatrice: «Dì, dì

sicuramente, e credi come a dii».

  «Io veggio ben sì come tu t'annidi

nel proprio lume, e che de li occhi il traggi,

perch'e' corusca sì come tu ridi;

  ma non so chi tu se', né perché aggi,

anima degna, il grado de la spera

che si vela a' mortai con altrui raggi».

  Questo diss'io diritto alla lumera

che pria m'avea parlato; ond'ella fessi

lucente più assai di quel ch'ell'era.

  Sì come il sol che si cela elli stessi

per troppa luce, come 'l caldo ha róse

le temperanze d'i vapori spessi,

  per più letizia sì mi si nascose

dentro al suo raggio la figura santa;

e così chiusa chiusa mi rispuose

  nel modo che 'l seguente canto canta.







Paradiso: Canto VI



  «Poscia che Costantin l'aquila volse

contr'al corso del ciel, ch'ella seguio

dietro a l'antico che Lavina tolse,

  cento e cent'anni e più l'uccel di Dio

ne lo stremo d'Europa si ritenne,

vicino a' monti de' quai prima uscìo;

  e sotto l'ombra de le sacre penne

governò 'l mondo lì di mano in mano,

e, sì cangiando, in su la mia pervenne.

  Cesare fui e son Iustiniano,

che, per voler del primo amor ch'i' sento,

d'entro le leggi trassi il troppo e 'l vano.

  E prima ch'io a l'ovra fossi attento,

una natura in Cristo esser, non piùe,

credea, e di tal fede era contento;

  ma 'l benedetto Agapito, che fue

sommo pastore, a la fede sincera

mi dirizzò con le parole sue.

  Io li credetti; e ciò che 'n sua fede era,

vegg'io or chiaro sì, come tu vedi

ogni contradizione e falsa e vera.

  Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,

a Dio per grazia piacque di spirarmi

l'alto lavoro, e tutto 'n lui mi diedi;

  e al mio Belisar commendai l'armi,

cui la destra del ciel fu sì congiunta,

che segno fu ch'i' dovessi posarmi.

  Or qui a la question prima s'appunta

la mia risposta; ma sua condizione

mi stringe a seguitare alcuna giunta,

  perché tu veggi con quanta ragione

si move contr'al sacrosanto segno

e chi 'l s'appropria e chi a lui s'oppone.

  Vedi quanta virtù l'ha fatto degno

di reverenza; e cominciò da l'ora

che Pallante morì per darli regno.

  Tu sai ch'el fece in Alba sua dimora

per trecento anni e oltre, infino al fine

che i tre a' tre pugnar per lui ancora.

  E sai ch'el fé dal mal de le Sabine

al dolor di Lucrezia in sette regi,

vincendo intorno le genti vicine.

  Sai quel ch'el fé portato da li egregi

Romani incontro a Brenno, incontro a Pirro,

incontro a li altri principi e collegi;

  onde Torquato e Quinzio, che dal cirro

negletto fu nomato, i Deci e ' Fabi

ebber la fama che volontier mirro.

  Esso atterrò l'orgoglio de li Aràbi

che di retro ad Annibale passaro

l'alpestre rocce, Po, di che tu labi.

  Sott'esso giovanetti triunfaro

Scipione e Pompeo; e a quel colle

sotto 'l qual tu nascesti parve amaro.

  Poi, presso al tempo che tutto 'l ciel volle

redur lo mondo a suo modo sereno,

Cesare per voler di Roma il tolle.

  E quel che fé da Varo infino a Reno,

Isara vide ed Era e vide Senna

e ogne valle onde Rodano è pieno.

  Quel che fé poi ch'elli uscì di Ravenna

e saltò Rubicon, fu di tal volo,

che nol seguiteria lingua né penna.

  Inver' la Spagna rivolse lo stuolo,

poi ver' Durazzo, e Farsalia percosse

sì ch'al Nil caldo si sentì del duolo.

  Antandro e Simeonta, onde si mosse,

rivide e là dov'Ettore si cuba;

e mal per Tolomeo poscia si scosse.

  Da indi scese folgorando a Iuba;

onde si volse nel vostro occidente,

ove sentia la pompeana tuba.

  Di quel che fé col baiulo seguente,

Bruto con Cassio ne l'inferno latra,

e Modena e Perugia fu dolente.

  Piangene ancor la trista Cleopatra,

che, fuggendoli innanzi, dal colubro

la morte prese subitana e atra.

  Con costui corse infino al lito rubro;

con costui puose il mondo in tanta pace,

che fu serrato a Giano il suo delubro.

  Ma ciò che 'l segno che parlar mi face

fatto avea prima e poi era fatturo

per lo regno mortal ch'a lui soggiace,

  diventa in apparenza poco e scuro,

se in mano al terzo Cesare si mira

con occhio chiaro e con affetto puro;

  ché la viva giustizia che mi spira,

li concedette, in mano a quel ch'i' dico,

gloria di far vendetta a la sua ira.

  Or qui t'ammira in ciò ch'io ti replìco:

poscia con Tito a far vendetta corse

de la vendetta del peccato antico.

  E quando il dente longobardo morse

la Santa Chiesa, sotto le sue ali

Carlo Magno, vincendo, la soccorse.

  Omai puoi giudicar di quei cotali

ch'io accusai di sopra e di lor falli,

che son cagion di tutti vostri mali.

  L'uno al pubblico segno i gigli gialli

oppone, e l'altro appropria quello a parte,

sì ch'è forte a veder chi più si falli.

  Faccian li Ghibellin, faccian lor arte

sott'altro segno; ché mal segue quello

sempre chi la giustizia e lui diparte;

  e non l'abbatta esto Carlo novello

coi Guelfi suoi, ma tema de li artigli

ch'a più alto leon trasser lo vello.

  Molte fiate già pianser li figli

per la colpa del padre, e non si creda

che Dio trasmuti l'arme per suoi gigli!

  Questa picciola stella si correda

di buoni spirti che son stati attivi

perché onore e fama li succeda:

  e quando li disiri poggian quivi,

sì disviando, pur convien che i raggi

del vero amore in sù poggin men vivi.

  Ma nel commensurar d'i nostri gaggi

col merto è parte di nostra letizia,

perché non li vedem minor né maggi.

  Quindi addolcisce la viva giustizia

in noi l'affetto sì, che non si puote

torcer già mai ad alcuna nequizia.

  Diverse voci fanno dolci note;

così diversi scanni in nostra vita

rendon dolce armonia tra queste rote.

  E dentro a la presente margarita

luce la luce di Romeo, di cui

fu l'ovra grande e bella mal gradita.

  Ma i Provenzai che fecer contra lui

non hanno riso; e però mal cammina

qual si fa danno del ben fare altrui.

  Quattro figlie ebbe, e ciascuna reina,

Ramondo Beringhiere, e ciò li fece

Romeo, persona umìle e peregrina.

  E poi il mosser le parole biece

a dimandar ragione a questo giusto,

che li assegnò sette e cinque per diece,

  indi partissi povero e vetusto;

e se 'l mondo sapesse il cor ch'elli ebbe

mendicando sua vita a frusto a frusto,

  assai lo loda, e più lo loderebbe».







Paradiso: Canto VII





  «Osanna, sanctus Deus sabaòth,

superillustrans claritate tua

felices ignes horum malacòth
!».

  Così, volgendosi a la nota sua,

fu viso a me cantare essa sustanza,

sopra la qual doppio lume s'addua:

  ed essa e l'altre mossero a sua danza,

e quasi velocissime faville,

mi si velar di sùbita distanza.

  Io dubitava e dicea 'Dille, dille!'

fra me, 'dille', dicea, 'a la mia donna

che mi diseta con le dolci stille'.

  Ma quella reverenza che s'indonna

di tutto me, pur per Be e per ice,

mi richinava come l'uom ch'assonna.

  Poco sofferse me cotal Beatrice

e cominciò, raggiandomi d'un riso

tal, che nel foco faria l'uom felice:

  «Secondo mio infallibile avviso,

come giusta vendetta giustamente

punita fosse, t'ha in pensier miso;

  ma io ti solverò tosto la mente;

e tu ascolta, ché le mie parole

di gran sentenza ti faran presente.

  Per non soffrire a la virtù che vole

freno a suo prode, quell'uom che non nacque,

dannando sé, dannò tutta sua prole;

  onde l'umana specie inferma giacque

giù per secoli molti in grande errore,

fin ch'al Verbo di Dio discender piacque

  u' la natura, che dal suo fattore

s'era allungata, unì a sé in persona

con l'atto sol del suo etterno amore.

  Or drizza il viso a quel ch'or si ragiona:

questa natura al suo fattore unita,

qual fu creata, fu sincera e buona;

  ma per sé stessa pur fu ella sbandita

di paradiso, però che si torse

da via di verità e da sua vita.

  La pena dunque che la croce porse

s'a la natura assunta si misura,

nulla già mai sì giustamente morse;

  e così nulla fu di tanta ingiura,

guardando a la persona che sofferse,

in che era contratta tal natura.

  Però d'un atto uscir cose diverse:

ch'a Dio e a' Giudei piacque una morte;

per lei tremò la terra e 'l ciel s'aperse.

  Non ti dee oramai parer più forte,

quando si dice che giusta vendetta

poscia vengiata fu da giusta corte.

  Ma io veggi' or la tua mente ristretta

di pensiero in pensier dentro ad un nodo,

del qual con gran disio solver s'aspetta.

  Tu dici: "Ben discerno ciò ch'i' odo;

ma perché Dio volesse, m'è occulto,

a nostra redenzion pur questo modo".

  Questo decreto, frate, sta sepulto

a li occhi di ciascuno il cui ingegno

ne la fiamma d'amor non è adulto.

  Veramente, però ch'a questo segno

molto si mira e poco si discerne,

dirò perché tal modo fu più degno.

  La divina bontà, che da sé sperne

ogne livore, ardendo in sé, sfavilla

sì che dispiega le bellezze etterne.

  Ciò che da lei sanza mezzo distilla

non ha poi fine, perché non si move

la sua imprenta quand'ella sigilla.

  Ciò che da essa sanza mezzo piove

libero è tutto, perché non soggiace

a la virtute de le cose nove.

  Più l'è conforme, e però più le piace;

ché l'ardor santo ch'ogne cosa raggia,

ne la più somigliante è più vivace.

  Di tutte queste dote s'avvantaggia

l'umana creatura; e s'una manca,

di sua nobilità convien che caggia.

  Solo il peccato è quel che la disfranca

e falla dissìmile al sommo bene,

per che del lume suo poco s'imbianca;

  e in sua dignità mai non rivene,

se non riempie, dove colpa vòta,

contra mal dilettar con giuste pene.

  Vostra natura, quando peccò tota

nel seme suo, da queste dignitadi,

come di paradiso, fu remota;

  né ricovrar potiensi, se tu badi

ben sottilmente, per alcuna via,

sanza passar per un di questi guadi:

  o che Dio solo per sua cortesia

dimesso avesse, o che l'uom per sé isso

avesse sodisfatto a sua follia.

  Ficca mo l'occhio per entro l'abisso

de l'etterno consiglio, quanto puoi

al mio parlar distrettamente fisso.

  Non potea l'uomo ne' termini suoi

mai sodisfar, per non potere ir giuso

con umiltate obediendo poi,

  quanto disobediendo intese ir suso;

e questa è la cagion per che l'uom fue

da poter sodisfar per sé dischiuso.

  Dunque a Dio convenia con le vie sue

riparar l'omo a sua intera vita,

dico con l'una, o ver con amendue.

  Ma perché l'ovra tanto è più gradita

da l'operante, quanto più appresenta

de la bontà del core ond'ell'è uscita,

  la divina bontà che 'l mondo imprenta,



di proceder per tutte le sue vie,

a rilevarvi suso, fu contenta.

  Né tra l'ultima notte e 'l primo die

sì alto o sì magnifico processo,

o per l'una o per l'altra, fu o fie:

  ché più largo fu Dio a dar sé stesso

per far l'uom sufficiente a rilevarsi,

che s'elli avesse sol da sé dimesso;

  e tutti li altri modi erano scarsi

a la giustizia, se 'l Figliuol di Dio

non fosse umiliato ad incarnarsi.

  Or per empierti bene ogni disio,

ritorno a dichiararti in alcun loco,

perché tu veggi lì così com'io.

  Tu dici: "Io veggio l'acqua, io veggio il foco,

l'aere e la terra e tutte lor misture

venire a corruzione, e durar poco;

  e queste cose pur furon creature;

per che, se ciò ch'è detto è stato vero,

esser dovrien da corruzion sicure".

  Li angeli, frate, e 'l paese sincero

nel qual tu se', dir si posson creati,

sì come sono, in loro essere intero;

  ma li elementi che tu hai nomati

e quelle cose che di lor si fanno

da creata virtù sono informati.

  Creata fu la materia ch'elli hanno;

creata fu la virtù informante

in queste stelle che 'ntorno a lor vanno.

  L'anima d'ogne bruto e de le piante

di complession potenziata tira

lo raggio e 'l moto de le luci sante;

  ma vostra vita sanza mezzo spira

la somma beninanza, e la innamora

di sé sì che poi sempre la disira.

  E quinci puoi argomentare ancora

vostra resurrezion, se tu ripensi

come l'umana carne fessi allora

  che li primi parenti intrambo fensi».







Paradiso: Canto VIII



  Solea creder lo mondo in suo periclo

che la bella Ciprigna il folle amore

raggiasse, volta nel terzo epiciclo;

  per che non pur a lei faceano onore

di sacrificio e di votivo grido

le genti antiche ne l'antico errore;

  ma Dione onoravano e Cupido,

quella per madre sua, questo per figlio,

e dicean ch'el sedette in grembo a Dido;

  e da costei ond'io principio piglio

pigliavano il vocabol de la stella

che 'l sol vagheggia or da coppa or da ciglio.

  Io non m'accorsi del salire in ella;

ma d'esservi entro mi fé assai fede

la donna mia ch'i' vidi far più bella.

  E come in fiamma favilla si vede,

e come in voce voce si discerne,

quand'una è ferma e altra va e riede,

  vid'io in essa luce altre lucerne

muoversi in giro più e men correnti,

al modo, credo, di lor viste interne.

  Di fredda nube non disceser venti,

o visibili o no, tanto festini,

che non paressero impediti e lenti

  a chi avesse quei lumi divini

veduti a noi venir, lasciando il giro

pria cominciato in li alti Serafini;

  e dentro a quei che più innanzi appariro

sonava 'Osanna' sì, che unque poi

di riudir non fui sanza disiro.

  Indi si fece l'un più presso a noi

e solo incominciò: «Tutti sem presti

al tuo piacer, perché di noi ti gioi.

  Noi ci volgiam coi principi celesti

d'un giro e d'un girare e d'una sete,

ai quali tu del mondo già dicesti:

  'Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete';

e sem sì pien d'amor, che, per piacerti,

non fia men dolce un poco di quiete».

  Poscia che li occhi miei si fuoro offerti

a la mia donna reverenti, ed essa

fatti li avea di sé contenti e certi,

  rivolsersi a la luce che promessa

tanto s'avea, e «Deh, chi siete?» fue

la voce mia di grande affetto impressa.

  E quanta e quale vid'io lei far piùe

per allegrezza nova che s'accrebbe,

quando parlai, a l'allegrezze sue!

  Così fatta, mi disse: «Il mondo m'ebbe

giù poco tempo; e se più fosse stato,

molto sarà di mal, che non sarebbe.

  La mia letizia mi ti tien celato

che mi raggia dintorno e mi nasconde

quasi animal di sua seta fasciato.

  Assai m'amasti, e avesti ben onde;

che s'io fossi giù stato, io ti mostrava

di mio amor più oltre che le fronde.

  Quella sinistra riva che si lava

di Rodano poi ch'è misto con Sorga,

per suo segnore a tempo m'aspettava,

  e quel corno d'Ausonia che s'imborga

di Bari e di Gaeta e di Catona

da ove Tronto e Verde in mare sgorga.

  Fulgeami già in fronte la corona

di quella terra che 'l Danubio riga

poi che le ripe tedesche abbandona.

  E la bella Trinacria, che caliga

tra Pachino e Peloro, sopra 'l golfo



che riceve da Euro maggior briga,

  non per Tifeo ma per nascente solfo,

attesi avrebbe li suoi regi ancora,

nati per me di Carlo e di Ridolfo,

  se mala segnoria, che sempre accora

li popoli suggetti, non avesse

mosso Palermo a gridar: "Mora, mora!".

  E se mio frate questo antivedesse,

l'avara povertà di Catalogna

già fuggeria, perché non li offendesse;

  ché veramente proveder bisogna

per lui, o per altrui, sì ch'a sua barca

carcata più d'incarco non si pogna.

  La sua natura, che di larga parca

discese, avria mestier di tal milizia

che non curasse di mettere in arca».

  «Però ch'i' credo che l'alta letizia

che 'l tuo parlar m'infonde, segnor mio,

là 've ogne ben si termina e s'inizia,

  per te si veggia come la vegg'io,

grata m'è più; e anco quest'ho caro

perché 'l discerni rimirando in Dio.

  Fatto m'hai lieto, e così mi fa chiaro,

poi che, parlando, a dubitar m'hai mosso

com'esser può, di dolce seme, amaro».

  Questo io a lui; ed elli a me: «S'io posso

mostrarti un vero, a quel che tu dimandi

terrai lo viso come tien lo dosso.

  Lo ben che tutto il regno che tu scandi

volge e contenta, fa esser virtute

sua provedenza in questi corpi grandi.

  E non pur le nature provedute

sono in la mente ch'è da sé perfetta,

ma esse insieme con la lor salute:

  per che quantunque quest'arco saetta

disposto cade a proveduto fine,

sì come cosa in suo segno diretta.

  Se ciò non fosse, il ciel che tu cammine

producerebbe sì li suoi effetti,

che non sarebbero arti, ma ruine;

  e ciò esser non può, se li 'ntelletti

che muovon queste stelle non son manchi,

e manco il primo, che non li ha perfetti.

  Vuo' tu che questo ver più ti s'imbianchi?».

E io: «Non già; ché impossibil veggio

che la natura, in quel ch'è uopo, stanchi».

  Ond'elli ancora: «Or di': sarebbe il peggio

per l'omo in terra, se non fosse cive?».

«Sì», rispuos'io; «e qui ragion non cheggio».

  «E puot'elli esser, se giù non si vive

diversamente per diversi offici?

Non, se 'l maestro vostro ben vi scrive».

  Sì venne deducendo infino a quici;

poscia conchiuse: «Dunque esser diverse

convien di vostri effetti le radici:

  per ch'un nasce Solone e altro Serse,

altro Melchisedèch e altro quello

che, volando per l'aere, il figlio perse.

  La circular natura, ch'è suggello

a la cera mortal, fa ben sua arte,

ma non distingue l'un da l'altro ostello.

  Quinci addivien ch'Esaù si diparte

per seme da Iacòb; e vien Quirino

da sì vil padre, che si rende a Marte.

  Natura generata il suo cammino

simil farebbe sempre a' generanti,

se non vincesse il proveder divino.

  Or quel che t'era dietro t'è davanti:

ma perché sappi che di te mi giova,

un corollario voglio che t'ammanti.

  Sempre natura, se fortuna trova

discorde a sé, com'ogne altra semente

fuor di sua region, fa mala prova.

  E se 'l mondo là giù ponesse mente

al fondamento che natura pone,

seguendo lui, avria buona la gente.

  Ma voi torcete a la religione

tal che fia nato a cignersi la spada,

e fate re di tal ch'è da sermone;

  onde la traccia vostra è fuor di strada».







Paradiso: Canto IX



  Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,

m'ebbe chiarito, mi narrò li 'nganni

che ricever dovea la sua semenza;

  ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;

sì ch'io non posso dir se non che pianto

giusto verrà di retro ai vostri danni.

  E già la vita di quel lume santo

rivolta s'era al Sol che la riempie

come quel ben ch'a ogne cosa è tanto.

  Ahi anime ingannate e fatture empie,

che da sì fatto ben torcete i cuori,

drizzando in vanità le vostre tempie!

  Ed ecco un altro di quelli splendori

ver' me si fece, e 'l suo voler piacermi

significava nel chiarir di fori.

  Li occhi di Beatrice, ch'eran fermi

sovra me, come pria, di caro assenso

al mio disio certificato fermi.

  «Deh, metti al mio voler tosto compenso,

beato spirto», dissi, «e fammi prova

ch'i' possa in te refletter quel ch'io penso!».

  Onde la luce che m'era ancor nova,

del suo profondo, ond'ella pria cantava,

seguette come a cui di ben far giova:

  «In quella parte de la terra prava

italica che siede tra Rialto

e le fontane di Brenta e di Piava,

  si leva un colle, e non surge molt'alto,

là onde scese già una facella

che fece a la contrada un grande assalto.

  D'una radice nacqui e io ed ella:

Cunizza fui chiamata, e qui refulgo

perché mi vinse il lume d'esta stella;

  ma lietamente a me medesma indulgo

la cagion di mia sorte, e non mi noia;

che parria forse forte al vostro vulgo.

  Di questa luculenta e cara gioia

del nostro cielo che più m'è propinqua,

grande fama rimase; e pria che moia,

  questo centesimo anno ancor s'incinqua:

vedi se far si dee l'omo eccellente,

sì ch'altra vita la prima relinqua.

  E ciò non pensa la turba presente

che Tagliamento e Adice richiude,

né per esser battuta ancor si pente;

  ma tosto fia che Padova al palude

cangerà l'acqua che Vincenza bagna,

per essere al dover le genti crude;

  e dove Sile e Cagnan s'accompagna,

tal signoreggia e va con la testa alta,

che già per lui carpir si fa la ragna.

  Piangerà Feltro ancora la difalta

de l'empio suo pastor, che sarà sconcia

sì, che per simil non s'entrò in malta.

  Troppo sarebbe larga la bigoncia

che ricevesse il sangue ferrarese,

e stanco chi 'l pesasse a oncia a oncia,

  che donerà questo prete cortese

per mostrarsi di parte; e cotai doni

conformi fieno al viver del paese.

  Sù sono specchi, voi dicete Troni,

onde refulge a noi Dio giudicante;

sì che questi parlar ne paion buoni».

  Qui si tacette; e fecemi sembiante

che fosse ad altro volta, per la rota

in che si mise com'era davante.

  L'altra letizia, che m'era già nota

per cara cosa, mi si fece in vista

qual fin balasso in che lo sol percuota.

  Per letiziar là sù fulgor s'acquista,

sì come riso qui; ma giù s'abbuia

l'ombra di fuor, come la mente è trista.

  «Dio vede tutto, e tuo veder s'inluia»,

diss'io, «beato spirto, sì che nulla

voglia di sé a te puot'esser fuia.

  Dunque la voce tua, che 'l ciel trastulla

sempre col canto di quei fuochi pii

che di sei ali facen la coculla,

  perché non satisface a' miei disii?

Già non attendere' io tua dimanda,

s'io m'intuassi, come tu t'inmii».

  «La maggior valle in che l'acqua si spanda»,

incominciaro allor le sue parole,

«fuor di quel mar che la terra inghirlanda,

  tra ' discordanti liti contra 'l sole

tanto sen va, che fa meridiano

là dove l'orizzonte pria far suole.

  Di quella valle fu' io litorano

tra Ebro e Macra, che per cammin corto

parte lo Genovese dal Toscano.

  Ad un occaso quasi e ad un orto

Buggea siede e la terra ond'io fui,

che fé del sangue suo già caldo il porto.

  Folco mi disse quella gente a cui

fu noto il nome mio; e questo cielo

di me s'imprenta, com'io fe' di lui;

  ché più non arse la figlia di Belo,

noiando e a Sicheo e a Creusa,

di me, infin che si convenne al pelo;

  né quella Rodopea che delusa

fu da Demofoonte, né Alcide

quando Iole nel core ebbe rinchiusa.

  Non però qui si pente, ma si ride,

non de la colpa, ch'a mente non torna,

ma del valor ch'ordinò e provide.

  Qui si rimira ne l'arte ch'addorna

cotanto affetto, e discernesi 'l bene

per che 'l mondo di sù quel di giù torna.

  Ma perché tutte le tue voglie piene

ten porti che son nate in questa spera,

proceder ancor oltre mi convene.

  Tu vuo' saper chi è in questa lumera

che qui appresso me così scintilla,

come raggio di sole in acqua mera.

  Or sappi che là entro si tranquilla

Raab; e a nostr'ordine congiunta,

di lei nel sommo grado si sigilla.

  Da questo cielo, in cui l'ombra s'appunta

che 'l vostro mondo face, pria ch'altr'alma

del triunfo di Cristo fu assunta.

  Ben si convenne lei lasciar per palma

in alcun cielo de l'alta vittoria

che s'acquistò con l'una e l'altra palma,

  perch'ella favorò la prima gloria

di Iosuè in su la Terra Santa,

che poco tocca al papa la memoria.

  La tua città, che di colui è pianta

che pria volse le spalle al suo fattore

e di cui è la 'nvidia tanto pianta,

  produce e spande il maladetto fiore

c'ha disviate le pecore e li agni,

però che fatto ha lupo del pastore.

  Per questo l'Evangelio e i dottor magni

son derelitti, e solo ai Decretali

si studia, sì che pare a' lor vivagni.

  A questo intende il papa e ' cardinali;

non vanno i lor pensieri a Nazarette,

là dove Gabriello aperse l'ali.

  Ma Vaticano e l'altre parti elette

di Roma che son state cimitero

a la milizia che Pietro seguette,

  tosto libere fien de l'avoltero».







Paradiso: Canto X



  Guardando nel suo Figlio con l'Amore

che l'uno e l'altro etternalmente spira,

lo primo e ineffabile Valore

  quanto per mente e per loco si gira

con tant'ordine fé, ch'esser non puote

sanza gustar di lui chi ciò rimira.

  Leva dunque, lettore, a l'alte rote

meco la vista, dritto a quella parte

dove l'un moto e l'altro si percuote;

  e lì comincia a vagheggiar ne l'arte

di quel maestro che dentro a sé l'ama,

tanto che mai da lei l'occhio non parte.

  Vedi come da indi si dirama

l'oblico cerchio che i pianeti porta,

per sodisfare al mondo che li chiama.

  Che se la strada lor non fosse torta,

molta virtù nel ciel sarebbe in vano,

e quasi ogne potenza qua giù morta;

  e se dal dritto più o men lontano

fosse 'l partire, assai sarebbe manco

e giù e sù de l'ordine mondano.

  Or ti riman, lettor, sovra 'l tuo banco,

dietro pensando a ciò che si preliba,

s'esser vuoi lieto assai prima che stanco.

  Messo t'ho innanzi: omai per te ti ciba;

ché a sé torce tutta la mia cura

quella materia ond'io son fatto scriba.

  Lo ministro maggior de la natura,

che del valor del ciel lo mondo imprenta

e col suo lume il tempo ne misura,

  con quella parte che sù si rammenta

congiunto, si girava per le spire

in che più tosto ognora s'appresenta;

  e io era con lui; ma del salire

non m'accors'io, se non com'uom s'accorge,

anzi 'l primo pensier, del suo venire.

  E' Beatrice quella che sì scorge

di bene in meglio, sì subitamente

che l'atto suo per tempo non si sporge.

  Quant'esser convenia da sé lucente

quel ch'era dentro al sol dov'io entra'mi,

non per color, ma per lume parvente!

  Perch'io lo 'ngegno e l'arte e l'uso chiami,

sì nol direi che mai s'imaginasse;

ma creder puossi e di veder si brami.

  E se le fantasie nostre son basse

a tanta altezza, non è maraviglia;

ché sopra 'l sol non fu occhio ch'andasse.

  Tal era quivi la quarta famiglia

de l'alto Padre, che sempre la sazia,

mostrando come spira e come figlia.

  E Beatrice cominciò: «Ringrazia,

ringrazia il Sol de li angeli, ch'a questo

sensibil t'ha levato per sua grazia».

  Cor di mortal non fu mai sì digesto

a divozione e a rendersi a Dio

con tutto 'l suo gradir cotanto presto,

  come a quelle parole mi fec'io;

e sì tutto 'l mio amore in lui si mise,

che Beatrice eclissò ne l'oblio.

  Non le dispiacque; ma sì se ne rise,

che lo splendor de li occhi suoi ridenti

mia mente unita in più cose divise.

  Io vidi più folgór vivi e vincenti

far di noi centro e di sé far corona,

più dolci in voce che in vista lucenti:

  così cinger la figlia di Latona

vedem talvolta, quando l'aere è pregno,

sì che ritenga il fil che fa la zona.

  Ne la corte del cielo, ond'io rivegno,

si trovan molte gioie care e belle

tanto che non si posson trar del regno;

  e 'l canto di quei lumi era di quelle;

chi non s'impenna sì che là sù voli,

dal muto aspetti quindi le novelle.

  Poi, sì cantando, quelli ardenti soli

si fuor girati intorno a noi tre volte,

come stelle vicine a' fermi poli,

  donne mi parver, non da ballo sciolte,

ma che s'arrestin tacite, ascoltando

fin che le nove note hanno ricolte.

  E dentro a l'un senti' cominciar: «Quando

lo raggio de la grazia, onde s'accende

verace amore e che poi cresce amando,

  multiplicato in te tanto resplende,

che ti conduce su per quella scala

u' sanza risalir nessun discende;

  qual ti negasse il vin de la sua fiala

per la tua sete, in libertà non fora

se non com'acqua ch'al mar non si cala.

  Tu vuo' saper di quai piante s'infiora

questa ghirlanda che 'ntorno vagheggia

la bella donna ch'al ciel t'avvalora.

  Io fui de li agni de la santa greggia

che Domenico mena per cammino

u' ben s'impingua se non si vaneggia.

  Questi che m'è a destra più vicino,

frate e maestro fummi, ed esso Alberto

è di Cologna, e io Thomas d'Aquino.

  Se sì di tutti li altri esser vuo' certo,

di retro al mio parlar ten vien col viso

girando su per lo beato serto.

  Quell'altro fiammeggiare esce del riso

di Grazian, che l'uno e l'altro foro

aiutò sì che piace in paradiso.

  L'altro ch'appresso addorna il nostro coro,

quel Pietro fu che con la poverella

offerse a Santa Chiesa suo tesoro.

  La quinta luce, ch'è tra noi più bella,

spira di tal amor, che tutto 'l mondo

là giù ne gola di saper novella:

  entro v'è l'alta mente u' sì profondo

saver fu messo, che, se 'l vero è vero

a veder tanto non surse il secondo.

  Appresso vedi il lume di quel cero

che giù in carne più a dentro vide

l'angelica natura e 'l ministero.

  Ne l'altra piccioletta luce ride

quello avvocato de' tempi cristiani

del cui latino Augustin si provide.

  Or se tu l'occhio de la mente trani

di luce in luce dietro a le mie lode,

già de l'ottava con sete rimani.

  Per vedere ogni ben dentro vi gode

l'anima santa che 'l mondo fallace

fa manifesto a chi di lei ben ode.

  Lo corpo ond'ella fu cacciata giace

giuso in Cieldauro; ed essa da martiro

e da essilio venne a questa pace.

  Vedi oltre fiammeggiar l'ardente spiro

d'Isidoro, di Beda e di Riccardo,

che a considerar fu più che viro.

  Questi onde a me ritorna il tuo riguardo,

è 'l lume d'uno spirto che 'n pensieri

gravi a morir li parve venir tardo:

  essa è la luce etterna di Sigieri,

che, leggendo nel Vico de li Strami,

silogizzò invidiosi veri».

  Indi, come orologio che ne chiami

ne l'ora che la sposa di Dio surge

a mattinar lo sposo perché l'ami,

  che l'una parte e l'altra tira e urge,

tin tin sonando con sì dolce nota,

che 'l ben disposto spirto d'amor turge;

  così vid'io la gloriosa rota

muoversi e render voce a voce in tempra

e in dolcezza ch'esser non pò nota

  se non colà dove gioir s'insempra.







Paradiso: Canto XI



  O insensata cura de' mortali,

quanto son difettivi silogismi

quei che ti fanno in basso batter l'ali!

  Chi dietro a iura, e chi ad amforismi

sen giva, e chi seguendo sacerdozio,

e chi regnar per forza o per sofismi,

  e chi rubare, e chi civil negozio,

chi nel diletto de la carne involto

s'affaticava e chi si dava a l'ozio,

  quando, da tutte queste cose sciolto,

con Beatrice m'era suso in cielo

cotanto gloriosamente accolto.

  Poi che ciascuno fu tornato ne lo

punto del cerchio in che avanti s'era,

fermossi, come a candellier candelo.

  E io senti' dentro a quella lumera

che pria m'avea parlato, sorridendo

incominciar, faccendosi più mera:

  «Così com'io del suo raggio resplendo,

sì, riguardando ne la luce etterna,



li tuoi pensieri onde cagioni apprendo.

  Tu dubbi, e hai voler che si ricerna

in sì aperta e 'n sì distesa lingua

lo dicer mio, ch'al tuo sentir si sterna,

  ove dinanzi dissi "U' ben s'impingua",

e là u' dissi "Non nacque il secondo";

e qui è uopo che ben si distingua.

  La provedenza, che governa il mondo

con quel consiglio nel quale ogne aspetto

creato è vinto pria che vada al fondo,

  però che andasse ver' lo suo diletto

la sposa di colui ch'ad alte grida

disposò lei col sangue benedetto,

  in sé sicura e anche a lui più fida,

due principi ordinò in suo favore,

che quinci e quindi le fosser per guida.

  L'un fu tutto serafico in ardore;

l'altro per sapienza in terra fue

di cherubica luce uno splendore.

  De l'un dirò, però che d'amendue

si dice l'un pregiando, qual ch'om prende,

perch'ad un fine fur l'opere sue.

  Intra Tupino e l'acqua che discende

del colle eletto dal beato Ubaldo,

fertile costa d'alto monte pende,

  onde Perugia sente freddo e caldo

da Porta Sole; e di rietro le piange

per grave giogo Nocera con Gualdo.

  Di questa costa, là dov'ella frange

più sua rattezza, nacque al mondo un sole,

come fa questo tal volta di Gange.

  Però chi d'esso loco fa parole,

non dica Ascesi, ché direbbe corto,

ma Oriente, se proprio dir vuole.

  Non era ancor molto lontan da l'orto,

ch'el cominciò a far sentir la terra

de la sua gran virtute alcun conforto;

  ché per tal donna, giovinetto, in guerra

del padre corse, a cui, come a la morte,

la porta del piacer nessun diserra;

  e dinanzi a la sua spirital corte

et coram patre le si fece unito;

poscia di dì in dì l'amò più forte.

  Questa, privata del primo marito,

millecent'anni e più dispetta e scura

fino a costui si stette sanza invito;

  né valse udir che la trovò sicura

con Amiclate, al suon de la sua voce,

colui ch'a tutto 'l mondo fé paura;

  né valse esser costante né feroce,

sì che, dove Maria rimase giuso,

ella con Cristo pianse in su la croce.

  Ma perch'io non proceda troppo chiuso,

Francesco e Povertà per questi amanti

prendi oramai nel mio parlar diffuso.

  La lor concordia e i lor lieti sembianti,

amore e maraviglia e dolce sguardo

facieno esser cagion di pensier santi;

  tanto che 'l venerabile Bernardo

si scalzò prima, e dietro a tanta pace

corse e, correndo, li parve esser tardo.

  Oh ignota ricchezza! oh ben ferace!

Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro

dietro a lo sposo, sì la sposa piace.

  Indi sen va quel padre e quel maestro

con la sua donna e con quella famiglia

che già legava l'umile capestro.

  Né li gravò viltà di cuor le ciglia

per esser fi' di Pietro Bernardone,

né per parer dispetto a maraviglia;

  ma regalmente sua dura intenzione

ad Innocenzio aperse, e da lui ebbe

primo sigillo a sua religione.

  Poi che la gente poverella crebbe

dietro a costui, la cui mirabil vita

meglio in gloria del ciel si canterebbe,

  di seconda corona redimita

fu per Onorio da l'Etterno Spiro

la santa voglia d'esto archimandrita.

  E poi che, per la sete del martiro,

ne la presenza del Soldan superba

predicò Cristo e li altri che 'l seguiro,

  e per trovare a conversione acerba

troppo la gente e per non stare indarno,

redissi al frutto de l'italica erba,

  nel crudo sasso intra Tevero e Arno

da Cristo prese l'ultimo sigillo,

che le sue membra due anni portarno.

  Quando a colui ch'a tanto ben sortillo

piacque di trarlo suso a la mercede

ch'el meritò nel suo farsi pusillo,

  a' frati suoi, sì com'a giuste rede,

raccomandò la donna sua più cara,

e comandò che l'amassero a fede;

  e del suo grembo l'anima preclara

mover si volle, tornando al suo regno,

e al suo corpo non volle altra bara.

  Pensa oramai qual fu colui che degno

collega fu a mantener la barca

di Pietro in alto mar per dritto segno;

  e questo fu il nostro patriarca;

per che qual segue lui, com'el comanda,

discerner puoi che buone merce carca.

  Ma 'l suo pecuglio di nova vivanda

è fatto ghiotto, sì ch'esser non puote

che per diversi salti non si spanda;

  e quanto le sue pecore remote

e vagabunde più da esso vanno,

più tornano a l'ovil di latte vòte.

  Ben son di quelle che temono 'l danno

e stringonsi al pastor; ma son sì poche,

che le cappe fornisce poco panno.

  Or, se le mie parole non son fioche,

se la tua audienza è stata attenta,

se ciò ch'è detto a la mente revoche,

  in parte fia la tua voglia contenta,

perché vedrai la pianta onde si scheggia,

e vedra' il corrègger che argomenta

  "U' ben s'impingua, se non si vaneggia"».







Paradiso: Canto XII



  Sì tosto come l'ultima parola

la benedetta fiamma per dir tolse,

a rotar cominciò la santa mola;

  e nel suo giro tutta non si volse

prima ch'un'altra di cerchio la chiuse,

e moto a moto e canto a canto colse;

  canto che tanto vince nostre muse,

nostre serene in quelle dolci tube,

quanto primo splendor quel ch'e' refuse.

  Come si volgon per tenera nube

due archi paralelli e concolori,

quando Iunone a sua ancella iube,

  nascendo di quel d'entro quel di fori,

a guisa del parlar di quella vaga

ch'amor consunse come sol vapori;

  e fanno qui la gente esser presaga,

per lo patto che Dio con Noè puose,

del mondo che già mai più non s'allaga:

  così di quelle sempiterne rose

volgiensi circa noi le due ghirlande,

e sì l'estrema a l'intima rispuose.

  Poi che 'l tripudio e l'altra festa grande,

sì del cantare e sì del fiammeggiarsi

luce con luce gaudiose e blande,

  insieme a punto e a voler quetarsi,

pur come li occhi ch'al piacer che i move

conviene insieme chiudere e levarsi;

  del cor de l'una de le luci nove

si mosse voce, che l'ago a la stella

parer mi fece in volgermi al suo dove;

  e cominciò: «L'amor che mi fa bella

mi tragge a ragionar de l'altro duca

per cui del mio sì ben ci si favella.

  Degno è che, dov'è l'un, l'altro s'induca:

sì che, com'elli ad una militaro,

così la gloria loro insieme luca.

  L'essercito di Cristo, che sì caro

costò a riarmar, dietro a la 'nsegna

si movea tardo, sospeccioso e raro,

  quando lo 'mperador che sempre regna

provide a la milizia, ch'era in forse,

per sola grazia, non per esser degna;

  e, come è detto, a sua sposa soccorse

con due campioni, al cui fare, al cui dire

lo popol disviato si raccorse.

  In quella parte ove surge ad aprire

Zefiro dolce le novelle fronde

di che si vede Europa rivestire,

  non molto lungi al percuoter de l'onde

dietro a le quali, per la lunga foga,

lo sol talvolta ad ogne uom si nasconde,

  siede la fortunata Calaroga

sotto la protezion del grande scudo

in che soggiace il leone e soggioga:

  dentro vi nacque l'amoroso drudo

de la fede cristiana, il santo atleta

benigno a' suoi e a' nemici crudo;

  e come fu creata, fu repleta

sì la sua mente di viva vertute,

che, ne la madre, lei fece profeta.

  Poi che le sponsalizie fuor compiute

al sacro fonte intra lui e la Fede,

u' si dotar di mutua salute,

  la donna che per lui l'assenso diede,

vide nel sonno il mirabile frutto

ch'uscir dovea di lui e de le rede;

  e perché fosse qual era in costrutto,

quinci si mosse spirito a nomarlo

del possessivo di cui era tutto.

  Domenico fu detto; e io ne parlo

sì come de l'agricola che Cristo

elesse a l'orto suo per aiutarlo.

  Ben parve messo e famigliar di Cristo:

che 'l primo amor che 'n lui fu manifesto,

fu al primo consiglio che diè Cristo.

  Spesse fiate fu tacito e desto

trovato in terra da la sua nutrice,

come dicesse: 'Io son venuto a questo'.

  Oh padre suo veramente Felice!

oh madre sua veramente Giovanna,

se, interpretata, val come si dice!

  Non per lo mondo, per cui mo s'affanna

di retro ad Ostiense e a Taddeo,

ma per amor de la verace manna

  in picciol tempo gran dottor si feo;

tal che si mise a circuir la vigna

che tosto imbianca, se 'l vignaio è reo.

  E a la sedia che fu già benigna

più a' poveri giusti, non per lei,

ma per colui che siede, che traligna,

  non dispensare o due o tre per sei,

non la fortuna di prima vacante,

non decimas, quae sunt pauperum Dei,

  addimandò, ma contro al mondo errante

licenza di combatter per lo seme

del qual ti fascian ventiquattro piante.

  Poi, con dottrina e con volere insieme,

con l'officio appostolico si mosse

quasi torrente ch'alta vena preme;

  e ne li sterpi eretici percosse

l'impeto suo, più vivamente quivi

dove le resistenze eran più grosse.

  Di lui si fecer poi diversi rivi

onde l'orto catolico si riga,

sì che i suoi arbuscelli stan più vivi.

  Se tal fu l'una rota de la biga

in che la Santa Chiesa si difese

e vinse in campo la sua civil briga,

  ben ti dovrebbe assai esser palese

l'eccellenza de l'altra, di cui Tomma

dinanzi al mio venir fu sì cortese.

  Ma l'orbita che fé la parte somma

di sua circunferenza, è derelitta,

sì ch'è la muffa dov'era la gromma.

  La sua famiglia, che si mosse dritta

coi piedi a le sue orme, è tanto volta,

che quel dinanzi a quel di retro gitta;

  e tosto si vedrà de la ricolta

de la mala coltura, quando il loglio

si lagnerà che l'arca li sia tolta.

  Ben dico, chi cercasse a foglio a foglio

nostro volume, ancor troveria carta

u' leggerebbe "I' mi son quel ch'i' soglio";

  ma non fia da Casal né d'Acquasparta,

là onde vegnon tali a la scrittura,

ch'uno la fugge e altro la coarta.

  Io son la vita di Bonaventura

da Bagnoregio, che ne' grandi offici

sempre pospuosi la sinistra cura.

  Illuminato e Augustin son quici,

che fuor de' primi scalzi poverelli

che nel capestro a Dio si fero amici.

  Ugo da San Vittore è qui con elli,

e Pietro Mangiadore e Pietro Spano,

lo qual giù luce in dodici libelli;

  Natàn profeta e 'l metropolitano

Crisostomo e Anselmo e quel Donato

ch'a la prim'arte degnò porre mano.

  Rabano è qui, e lucemi dallato

il calavrese abate Giovacchino,

di spirito profetico dotato.

  Ad inveggiar cotanto paladino

mi mosse l'infiammata cortesia

di fra Tommaso e 'l discreto latino;

  e mosse meco questa compagnia».







Paradiso: Canto XIII



  Imagini, chi bene intender cupe

quel ch'i' or vidi - e ritegna l'image,

mentre ch'io dico, come ferma rupe -,

  quindici stelle che 'n diverse plage

lo ciel avvivan di tanto sereno

che soperchia de l'aere ogne compage;

  imagini quel carro a cu' il seno

basta del nostro cielo e notte e giorno,

sì ch'al volger del temo non vien meno;

  imagini la bocca di quel corno

che si comincia in punta de lo stelo

a cui la prima rota va dintorno,

  aver fatto di sé due segni in cielo,

qual fece la figliuola di Minoi

allora che sentì di morte il gelo;

  e l'un ne l'altro aver li raggi suoi,

e amendue girarsi per maniera

che l'uno andasse al primo e l'altro al poi;

  e avrà quasi l'ombra de la vera

costellazione e de la doppia danza

che circulava il punto dov'io era:

  poi ch'è tanto di là da nostra usanza,

quanto di là dal mover de la Chiana

si move il ciel che tutti li altri avanza.

  Lì si cantò non Bacco, non Peana,

ma tre persone in divina natura,

e in una persona essa e l'umana.

  Compié 'l cantare e 'l volger sua misura;

e attesersi a noi quei santi lumi,

felicitando sé di cura in cura.

  Ruppe il silenzio ne' concordi numi

poscia la luce in che mirabil vita

del poverel di Dio narrata fumi,

  e disse: «Quando l'una paglia è trita,

quando la sua semenza è già riposta,

a batter l'altra dolce amor m'invita.

  Tu credi che nel petto onde la costa

si trasse per formar la bella guancia

il cui palato a tutto 'l mondo costa,

  e in quel che, forato da la lancia,

e prima e poscia tanto sodisfece,

che d'ogne colpa vince la bilancia,

  quantunque a la natura umana lece

aver di lume, tutto fosse infuso

da quel valor che l'uno e l'altro fece;

  e però miri a ciò ch'io dissi suso,

quando narrai che non ebbe 'l secondo

lo ben che ne la quinta luce è chiuso.

  Or apri li occhi a quel ch'io ti rispondo,

e vedrai il tuo credere e 'l mio dire

nel vero farsi come centro in tondo.

  Ciò che non more e ciò che può morire

non è se non splendor di quella idea

che partorisce, amando, il nostro Sire;

  ché quella viva luce che sì mea

dal suo lucente, che non si disuna

da lui né da l'amor ch'a lor s'intrea,

  per sua bontate il suo raggiare aduna,

quasi specchiato, in nove sussistenze,

etternalmente rimanendosi una.

  Quindi discende a l'ultime potenze

giù d'atto in atto, tanto divenendo,

che più non fa che brevi contingenze;

  e queste contingenze essere intendo

le cose generate, che produce

con seme e sanza seme il ciel movendo.

  La cera di costoro e chi la duce

non sta d'un modo; e però sotto 'l segno

ideale poi più e men traluce.

  Ond'elli avvien ch'un medesimo legno,

secondo specie, meglio e peggio frutta;

e voi nascete con diverso ingegno.

  Se fosse a punto la cera dedutta

e fosse il cielo in sua virtù supprema,

la luce del suggel parrebbe tutta;

  ma la natura la dà sempre scema,

similemente operando a l'artista

ch'a l'abito de l'arte ha man che trema.

  Però se 'l caldo amor la chiara vista

de la prima virtù dispone e segna,

tutta la perfezion quivi s'acquista.

  Così fu fatta già la terra degna

di tutta l'animal perfezione;

così fu fatta la Vergine pregna;

  sì ch'io commendo tua oppinione,

che l'umana natura mai non fue

né fia qual fu in quelle due persone.

  Or s'i' non procedesse avanti piùe,

'Dunque, come costui fu sanza pare?'

comincerebber le parole tue.

  Ma perché paia ben ciò che non pare,

pensa chi era, e la cagion che 'l mosse,

quando fu detto "Chiedi", a dimandare.

  Non ho parlato sì, che tu non posse

ben veder ch'el fu re, che chiese senno

acciò che re sufficiente fosse;

  non per sapere il numero in che enno

li motor di qua sù, o se necesse

con contingente mai necesse fenno;

  non si est dare primum motum esse,

o se del mezzo cerchio far si puote

triangol sì ch'un retto non avesse.

  Onde, se ciò ch'io dissi e questo note,

regal prudenza è quel vedere impari

in che lo stral di mia intenzion percuote;

  e se al "surse" drizzi li occhi chiari,

vedrai aver solamente respetto

ai regi, che son molti, e ' buon son rari.

  Con questa distinzion prendi 'l mio detto;

e così puote star con quel che credi

del primo padre e del nostro Diletto.

  E questo ti sia sempre piombo a' piedi,

per farti mover lento com'uom lasso

e al sì e al no che tu non vedi:

  ché quelli è tra li stolti bene a basso,

che sanza distinzione afferma e nega

ne l'un così come ne l'altro passo;

  perch'elli 'ncontra che più volte piega

l'oppinion corrente in falsa parte,

e poi l'affetto l'intelletto lega.

  Vie più che 'ndarno da riva si parte,

perché non torna tal qual e' si move,

chi pesca per lo vero e non ha l'arte.

  E di ciò sono al mondo aperte prove

Parmenide, Melisso e Brisso e molti,

li quali andaro e non sapean dove;

  sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti

che furon come spade a le Scritture

in render torti li diritti volti.

  Non sien le genti, ancor, troppo sicure

a giudicar, sì come quei che stima

le biade in campo pria che sien mature;

  ch'i' ho veduto tutto 'l verno prima

lo prun mostrarsi rigido e feroce;

poscia portar la rosa in su la cima;

  e legno vidi già dritto e veloce

correr lo mar per tutto suo cammino,

perire al fine a l'intrar de la foce.

  Non creda donna Berta e ser Martino,

per vedere un furare, altro offerere,

vederli dentro al consiglio divino;

  ché quel può surgere, e quel può cadere».







Paradiso: Canto XIV



  Dal centro al cerchio,e sì dal cerchio al centro

movesi l'acqua in un ritondo vaso,

secondo ch'è percosso fuori o dentro:

  ne la mia mente fé sùbito caso

questo ch'io dico, sì come si tacque

la gloriosa vita di Tommaso,

  per la similitudine che nacque

del suo parlare e di quel di Beatrice,

a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:

  «A costui fa mestieri, e nol vi dice

né con la voce né pensando ancora,

d'un altro vero andare a la radice.

  Diteli se la luce onde s'infiora

vostra sustanza, rimarrà con voi

etternalmente sì com'ell'è ora;

  e se rimane, dite come, poi

che sarete visibili rifatti,

esser porà ch'al veder non vi nòi».

  Come, da più letizia pinti e tratti,

a la fiata quei che vanno a rota

levan la voce e rallegrano li atti,

  così, a l'orazion pronta e divota,

li santi cerchi mostrar nova gioia

nel torneare e ne la mira nota.

  Qual si lamenta perché qui si moia

per viver colà sù, non vide quive

lo refrigerio de l'etterna ploia.

  Quell'uno e due e tre che sempre vive

e regna sempre in tre e 'n due e 'n uno,

non circunscritto, e tutto circunscrive,

  tre volte era cantato da ciascuno

di quelli spirti con tal melodia,

ch'ad ogne merto saria giusto muno.

  E io udi' ne la luce più dia

del minor cerchio una voce modesta,

forse qual fu da l'angelo a Maria,

  risponder: «Quanto fia lunga la festa

di paradiso, tanto il nostro amore

si raggerà dintorno cotal vesta.

  La sua chiarezza séguita l'ardore;

l'ardor la visione, e quella è tanta,

quant'ha di grazia sovra suo valore.

  Come la carne gloriosa e santa

fia rivestita, la nostra persona

più grata fia per esser tutta quanta;

  per che s'accrescerà ciò che ne dona

di gratuito lume il sommo bene,

lume ch'a lui veder ne condiziona;

  onde la vision crescer convene,

crescer l'ardor che di quella s'accende,

crescer lo raggio che da esso vene.

  Ma sì come carbon che fiamma rende,

e per vivo candor quella soverchia,

sì che la sua parvenza si difende;

  così questo folgór che già ne cerchia

fia vinto in apparenza da la carne

che tutto dì la terra ricoperchia;

  né potrà tanta luce affaticarne:

ché li organi del corpo saran forti

a tutto ciò che potrà dilettarne».

  Tanto mi parver sùbiti e accorti

e l'uno e l'altro coro a dicer «Amme!»,

che ben mostrar disio d'i corpi morti:

  forse non pur per lor, ma per le mamme,

per li padri e per li altri che fuor cari

anzi che fosser sempiterne fiamme.

  Ed ecco intorno, di chiarezza pari,

nascere un lustro sopra quel che v'era,

per guisa d'orizzonte che rischiari.

  E sì come al salir di prima sera

comincian per lo ciel nove parvenze,

sì che la vista pare e non par vera,

  parvemi lì novelle sussistenze

cominciare a vedere, e fare un giro

di fuor da l'altre due circunferenze.

  Oh vero sfavillar del Santo Spiro!

come si fece sùbito e candente

a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!

  Ma Beatrice sì bella e ridente

mi si mostrò, che tra quelle vedute

si vuol lasciar che non seguir la mente.

  Quindi ripreser li occhi miei virtute

a rilevarsi; e vidimi translato

sol con mia donna in più alta salute.

  Ben m'accors'io ch'io era più levato,

per l'affocato riso de la stella,

che mi parea più roggio che l'usato.

  Con tutto 'l core e con quella favella

ch'è una in tutti, a Dio feci olocausto,

qual conveniesi a la grazia novella.

  E non er'anco del mio petto essausto

l'ardor del sacrificio, ch'io conobbi

esso litare stato accetto e fausto;

  ché con tanto lucore e tanto robbi

m'apparvero splendor dentro a due raggi,

ch'io dissi: «O Eliòs che sì li addobbi!».

  Come distinta da minori e maggi

lumi biancheggia tra ' poli del mondo

Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;

  sì costellati facean nel profondo

Marte quei raggi il venerabil segno

che fan giunture di quadranti in tondo.

  Qui vince la memoria mia lo 'ngegno;

ché quella croce lampeggiava Cristo,

sì ch'io non so trovare essempro degno;

  ma chi prende sua croce e segue Cristo,

ancor mi scuserà di quel ch'io lasso,

vedendo in quell'albor balenar Cristo.

  Di corno in corno e tra la cima e 'l basso

si movien lumi, scintillando forte

nel congiugnersi insieme e nel trapasso:

  così si veggion qui diritte e torte,

veloci e tarde, rinovando vista,

le minuzie d'i corpi, lunghe e corte,

  moversi per lo raggio onde si lista

talvolta l'ombra che, per sua difesa,

la gente con ingegno e arte acquista.

  E come giga e arpa, in tempra tesa

di molte corde, fa dolce tintinno

a tal da cui la nota non è intesa,

  così da' lumi che lì m'apparinno

s'accogliea per la croce una melode

che mi rapiva, sanza intender l'inno.

  Ben m'accors'io ch'elli era d'alte lode,

però ch'a me venìa «Resurgi» e «Vinci»

come a colui che non intende e ode.

  Io m'innamorava tanto quinci,

che 'nfino a lì non fu alcuna cosa

che mi legasse con sì dolci vinci.

  Forse la mia parola par troppo osa,

posponendo il piacer de li occhi belli,

ne' quai mirando mio disio ha posa;

  ma chi s'avvede che i vivi suggelli

d'ogne bellezza più fanno più suso,

e ch'io non m'era lì rivolto a quelli,

  escusar puommi di quel ch'io m'accuso

per escusarmi, e vedermi dir vero:

ché 'l piacer santo non è qui dischiuso,

  perché si fa, montando, più sincero.







Paradiso: Canto XV



  Benigna volontade in che si liqua

sempre l'amor che drittamente spira,

come cupidità fa ne la iniqua,

  silenzio puose a quella dolce lira,

e fece quietar le sante corde

che la destra del cielo allenta e tira.

  Come saranno a' giusti preghi sorde

quelle sustanze che, per darmi voglia

ch'io le pregassi, a tacer fur concorde?

  Bene è che sanza termine si doglia

chi, per amor di cosa che non duri,

etternalmente quello amor si spoglia.

  Quale per li seren tranquilli e puri

discorre ad ora ad or sùbito foco,

movendo li occhi che stavan sicuri,

  e pare stella che tramuti loco,

se non che da la parte ond'e' s'accende

nulla sen perde, ed esso dura poco:

  tale dal corno che 'n destro si stende

a piè di quella croce corse un astro

de la costellazion che lì resplende;

  né si partì la gemma dal suo nastro,

ma per la lista radial trascorse,

che parve foco dietro ad alabastro.

  Sì pia l'ombra d'Anchise si porse,

se fede merta nostra maggior musa,

quando in Eliso del figlio s'accorse.

  «O sanguis meus, o superinfusa

gratia Dei, sicut tibi cui

bis unquam celi ianua reclusa?».

  Così quel lume: ond'io m'attesi a lui;

poscia rivolsi a la mia donna il viso,

e quinci e quindi stupefatto fui;

  ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso

tal, ch'io pensai co' miei toccar lo fondo

de la mia gloria e del mio paradiso.

  Indi, a udire e a veder giocondo,

giunse lo spirto al suo principio cose,

ch'io non lo 'ntesi, sì parlò profondo;

  né per elezion mi si nascose,

ma per necessità, ché 'l suo concetto

al segno d'i mortal si soprapuose.

  E quando l'arco de l'ardente affetto

fu sì sfogato, che 'l parlar discese

inver' lo segno del nostro intelletto,

  la prima cosa che per me s'intese,

«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,

che nel mio seme se' tanto cortese!».

  E seguì: «Grato e lontano digiuno,

tratto leggendo del magno volume

du' non si muta mai bianco né bruno,

  solvuto hai, figlio, dentro a questo lume

in ch'io ti parlo, mercè di colei

ch'a l'alto volo ti vestì le piume.

  Tu credi che a me tuo pensier mei

da quel ch'è primo, così come raia

da l'un, se si conosce, il cinque e 'l sei;

  e però ch'io mi sia e perch'io paia

più gaudioso a te, non mi domandi,

che alcun altro in questa turba gaia.

  Tu credi 'l vero; ché i minori e ' grandi

di questa vita miran ne lo speglio

in che, prima che pensi, il pensier pandi;

  ma perché 'l sacro amore in che io veglio

con perpetua vista e che m'asseta

di dolce disiar, s'adempia meglio,

  la voce tua sicura, balda e lieta

suoni la volontà, suoni 'l disio,

a che la mia risposta è già decreta!».

  Io mi volsi a Beatrice, e quella udio

pria ch'io parlassi, e arrisemi un cenno

che fece crescer l'ali al voler mio.

  Poi cominciai così: «L'affetto e 'l senno,

come la prima equalità v'apparse,

d'un peso per ciascun di voi si fenno,

  però che 'l sol che v'allumò e arse,

col caldo e con la luce è sì iguali,

che tutte simiglianze sono scarse.

  Ma voglia e argomento ne' mortali,

per la cagion ch'a voi è manifesta,

diversamente son pennuti in ali;

  ond'io, che son mortal, mi sento in questa

disagguaglianza, e però non ringrazio

se non col core a la paterna festa.

  Ben supplico io a te, vivo topazio

che questa gioia preziosa ingemmi,

perché mi facci del tuo nome sazio».

  «O fronda mia in che io compiacemmi

pur aspettando, io fui la tua radice»:

cotal principio, rispondendo, femmi.

  Poscia mi disse: «Quel da cui si dice

tua cognazione e che cent'anni e piùe

girato ha 'l monte in la prima cornice,

  mio figlio fu e tuo bisavol fue:

ben si convien che la lunga fatica

tu li raccorci con l'opere tue.

  Fiorenza dentro da la cerchia antica,

ond'ella toglie ancora e terza e nona,

si stava in pace, sobria e pudica.

  Non avea catenella, non corona,

non gonne contigiate, non cintura

che fosse a veder più che la persona.

  Non faceva, nascendo, ancor paura

la figlia al padre, che 'l tempo e la dote

non fuggien quinci e quindi la misura.

  Non avea case di famiglia vòte;

non v'era giunto ancor Sardanapalo

a mostrar ciò che 'n camera si puote.

  Non era vinto ancora Montemalo

dal vostro Uccellatoio, che, com'è vinto

nel montar sù, così sarà nel calo.

  Bellincion Berti vid'io andar cinto

di cuoio e d'osso, e venir da lo specchio

la donna sua sanza 'l viso dipinto;

  e vidi quel d'i Nerli e quel del Vecchio

esser contenti a la pelle scoperta,

e le sue donne al fuso e al pennecchio.

  Oh fortunate! ciascuna era certa

de la sua sepultura, e ancor nulla

era per Francia nel letto diserta.

  L'una vegghiava a studio de la culla,

e, consolando, usava l'idioma

che prima i padri e le madri trastulla;

  l'altra, traendo a la rocca la chioma,

favoleggiava con la sua famiglia

d'i Troiani, di Fiesole e di Roma.

  Saria tenuta allor tal maraviglia

una Cianghella, un Lapo Salterello,

qual or saria Cincinnato e Corniglia.

  A così riposato, a così bello

viver di cittadini, a così fida

cittadinanza, a così dolce ostello,

  Maria mi diè, chiamata in alte grida;

e ne l'antico vostro Batisteo

insieme fui cristiano e Cacciaguida.

  Moronto fu mio frate ed Eliseo;

mia donna venne a me di val di Pado,

e quindi il sopranome tuo si feo.

  Poi seguitai lo 'mperador Currado;

ed el mi cinse de la sua milizia,

tanto per bene ovrar li venni in grado.

  Dietro li andai incontro a la nequizia

di quella legge il cui popolo usurpa,

per colpa d'i pastor, vostra giustizia.

  Quivi fu' io da quella gente turpa

disviluppato dal mondo fallace,

lo cui amor molt'anime deturpa;

  e venni dal martiro a questa pace».







Paradiso: Canto XVI



  O poca nostra nobiltà di sangue,

se gloriar di te la gente fai

qua giù dove l'affetto nostro langue,

  mirabil cosa non mi sarà mai:

ché là dove appetito non si torce,

dico nel cielo, io me ne gloriai.

  Ben se' tu manto che tosto raccorce:

sì che, se non s'appon di dì in die,

lo tempo va dintorno con le force.

  Dal 'voi' che prima a Roma s'offerie,

in che la sua famiglia men persevra,

ricominciaron le parole mie;

  onde Beatrice, ch'era un poco scevra,

ridendo, parve quella che tossio

al primo fallo scritto di Ginevra.

  Io cominciai: «Voi siete il padre mio;

voi mi date a parlar tutta baldezza;

voi mi levate sì, ch'i' son più ch'io.

  Per tanti rivi s'empie d'allegrezza

la mente mia, che di sé fa letizia

perché può sostener che non si spezza.

  Ditemi dunque, cara mia primizia,

quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni

che si segnaro in vostra puerizia;

  ditemi de l'ovil di San Giovanni

quanto era allora, e chi eran le genti

tra esso degne di più alti scanni».

  Come s'avviva a lo spirar d'i venti

carbone in fiamma, così vid'io quella

luce risplendere a' miei blandimenti;

  e come a li occhi miei si fé più bella,

così con voce più dolce e soave,

ma non con questa moderna favella,

  dissemi: «Da quel dì che fu detto 'Ave'

al parto in che mia madre, ch'è or santa,

s'alleviò di me ond'era grave,

  al suo Leon cinquecento cinquanta

e trenta fiate venne questo foco

a rinfiammarsi sotto la sua pianta.

  Li antichi miei e io nacqui nel loco

dove si truova pria l'ultimo sesto

da quei che corre il vostro annual gioco.

  Basti d'i miei maggiori udirne questo:

chi ei si fosser e onde venner quivi,

più è tacer che ragionare onesto.

  Tutti color ch'a quel tempo eran ivi

da poter arme tra Marte e 'l Batista,

eran il quinto di quei ch'or son vivi.

  Ma la cittadinanza, ch'è or mista

di Campi, di Certaldo e di Fegghine,

pura vediesi ne l'ultimo artista.

  Oh quanto fora meglio esser vicine

quelle genti ch'io dico, e al Galluzzo

e a Trespiano aver vostro confine,

  che averle dentro e sostener lo puzzo

del villan d'Aguglion, di quel da Signa,

che già per barattare ha l'occhio aguzzo!

  Se la gente ch'al mondo più traligna

non fosse stata a Cesare noverca,

ma come madre a suo figlio benigna,

  tal fatto è fiorentino e cambia e merca,

che si sarebbe vòlto a Simifonti,

là dove andava l'avolo a la cerca;

  sariesi Montemurlo ancor de' Conti;

sarieno i Cerchi nel piovier d'Acone,

e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

  Sempre la confusion de le persone

principio fu del mal de la cittade,

come del vostro il cibo che s'appone;

  e cieco toro più avaccio cade

che cieco agnello; e molte volte taglia

più e meglio una che le cinque spade.

  Se tu riguardi Luni e Orbisaglia

come sono ite, e come se ne vanno

di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

  udir come le schiatte si disfanno

non ti parrà nova cosa né forte,

poscia che le cittadi termine hanno.

  Le vostre cose tutte hanno lor morte,

sì come voi; ma celasi in alcuna

che dura molto, e le vite son corte.

  E come 'l volger del ciel de la luna

cuopre e discuopre i liti sanza posa,

così fa di Fiorenza la Fortuna:

  per che non dee parer mirabil cosa

ciò ch'io dirò de li alti Fiorentini

onde è la fama nel tempo nascosa.

  Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,

Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,

già nel calare, illustri cittadini;

  e vidi così grandi come antichi,

con quel de la Sannella, quel de l'Arca,

e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

  Sovra la porta ch'al presente è carca

di nova fellonia di tanto peso

che tosto fia iattura de la barca,

  erano i Ravignani, ond'è disceso

il conte Guido e qualunque del nome

de l'alto Bellincione ha poscia preso.

  Quel de la Pressa sapeva già come

regger si vuole, e avea Galigaio

dorata in casa sua già l'elsa e 'l pome.

  Grand'era già la colonna del Vaio,

Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci

e Galli e quei ch'arrossan per lo staio.

  Lo ceppo di che nacquero i Calfucci

era già grande, e già eran tratti

a le curule Sizii e Arrigucci.

  Oh quali io vidi quei che son disfatti

per lor superbia! e le palle de l'oro

fiorian Fiorenza in tutt'i suoi gran fatti.

  Così facieno i padri di coloro

che, sempre che la vostra chiesa vaca,

si fanno grassi stando a consistoro.

  L'oltracotata schiatta che s'indraca

dietro a chi fugge, e a chi mostra 'l dente

o ver la borsa, com'agnel si placa,

  già venìa sù, ma di picciola gente;

sì che non piacque ad Ubertin Donato

che poi il suocero il fé lor parente.

  Già era 'l Caponsacco nel mercato

disceso giù da Fiesole, e già era

buon cittadino Giuda e Infangato.

  Io dirò cosa incredibile e vera:

nel picciol cerchio s'entrava per porta

che si nomava da quei de la Pera.

  Ciascun che de la bella insegna porta

del gran barone il cui nome e 'l cui pregio

la festa di Tommaso riconforta,

  da esso ebbe milizia e privilegio;

avvegna che con popol si rauni

oggi colui che la fascia col fregio.

  Già eran Gualterotti e Importuni;

e ancor saria Borgo più quieto,

se di novi vicin fosser digiuni.

  La casa di che nacque il vostro fleto,

per lo giusto disdegno che v'ha morti,

e puose fine al vostro viver lieto,

  era onorata, essa e suoi consorti:

o Buondelmonte, quanto mal fuggisti

le nozze sue per li altrui conforti!

  Molti sarebber lieti, che son tristi,

se Dio t'avesse conceduto ad Ema

la prima volta ch'a città venisti.

  Ma conveniesi a quella pietra scema

che guarda 'l ponte, che Fiorenza fesse

vittima ne la sua pace postrema.

  Con queste genti, e con altre con esse,

vid'io Fiorenza in sì fatto riposo,

che non avea cagione onde piangesse:

  con queste genti vid'io glorioso

e giusto il popol suo, tanto che 'l giglio

non era ad asta mai posto a ritroso,

  né per division fatto vermiglio».







Paradiso: Canto XVII



  Qual venne a Climené, per accertarsi

di ciò ch'avea incontro a sé udito,

quei ch'ancor fa li padri ai figli scarsi;

  tal era io, e tal era sentito

e da Beatrice e da la santa lampa

che pria per me avea mutato sito.

  Per che mia donna «Manda fuor la vampa

del tuo disio», mi disse, «sì ch'ella esca

segnata bene de la interna stampa;

  non perché nostra conoscenza cresca

per tuo parlare, ma perché t'ausi

a dir la sete, sì che l'uom ti mesca».

  «O cara piota mia che sì t'insusi,

che, come veggion le terrene menti

non capere in triangol due ottusi,

  così vedi le cose contingenti

anzi che sieno in sé, mirando il punto

a cui tutti li tempi son presenti;

  mentre ch'io era a Virgilio congiunto

su per lo monte che l'anime cura

e discendendo nel mondo defunto,

  dette mi fuor di mia vita futura

parole gravi, avvegna ch'io mi senta

ben tetragono ai colpi di ventura;

  per che la voglia mia saria contenta

d'intender qual fortuna mi s'appressa;

ché saetta previsa vien più lenta».

  Così diss'io a quella luce stessa

che pria m'avea parlato; e come volle

Beatrice, fu la mia voglia confessa.

  Né per ambage, in che la gente folle

già s'inviscava pria che fosse anciso

l'Agnel di Dio che le peccata tolle,

  ma per chiare parole e con preciso

latin rispuose quello amor paterno,

chiuso e parvente del suo proprio riso:

  «La contingenza, che fuor del quaderno

de la vostra matera non si stende,

tutta è dipinta nel cospetto etterno:

  necessità però quindi non prende

se non come dal viso in che si specchia

nave che per torrente giù discende.

  Da indi, sì come viene ad orecchia

dolce armonia da organo, mi viene

a vista il tempo che ti s'apparecchia.

  Qual si partio Ipolito d'Atene

per la spietata e perfida noverca,

tal di Fiorenza partir ti convene.

  Questo si vuole e questo già si cerca,

e tosto verrà fatto a chi ciò pensa

là dove Cristo tutto dì si merca.

  La colpa seguirà la parte offensa

in grido, come suol; ma la vendetta

fia testimonio al ver che la dispensa.

  Tu lascerai ogne cosa diletta

più caramente; e questo è quello strale

che l'arco de lo essilio pria saetta.

  Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e 'l salir per l'altrui scale.

  E quel che più ti graverà le spalle,

sarà la compagnia malvagia e scempia

con la qual tu cadrai in questa valle;

  che tutta ingrata, tutta matta ed empia

si farà contr'a te; ma, poco appresso,

ella, non tu, n'avrà rossa la tempia.

  Di sua bestialitate il suo processo



farà la prova; sì ch'a te fia bello

averti fatta parte per te stesso.

  Lo primo tuo refugio e 'l primo ostello

sarà la cortesia del gran Lombardo

che 'n su la scala porta il santo uccello;

  ch'in te avrà sì benigno riguardo,

che del fare e del chieder, tra voi due,

fia primo quel che tra li altri è più tardo.

  Con lui vedrai colui che 'mpresso fue,

nascendo, sì da questa stella forte,

che notabili fier l'opere sue.

  Non se ne son le genti ancora accorte

per la novella età, ché pur nove anni

son queste rote intorno di lui torte;

  ma pria che 'l Guasco l'alto Arrigo inganni,

parran faville de la sua virtute

in non curar d'argento né d'affanni.

  Le sue magnificenze conosciute

saranno ancora, sì che ' suoi nemici

non ne potran tener le lingue mute.

  A lui t'aspetta e a' suoi benefici;

per lui fia trasmutata molta gente,

cambiando condizion ricchi e mendici;

  e portera'ne scritto ne la mente

di lui, e nol dirai»; e disse cose

incredibili a quei che fier presente.

  Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose

di quel che ti fu detto; ecco le 'nsidie

che dietro a pochi giri son nascose.

  Non vo' però ch'a' tuoi vicini invidie,

poscia che s'infutura la tua vita

vie più là che 'l punir di lor perfidie».

  Poi che, tacendo, si mostrò spedita

l'anima santa di metter la trama

in quella tela ch'io le porsi ordita,

  io cominciai, come colui che brama,

dubitando, consiglio da persona

che vede e vuol dirittamente e ama:

  «Ben veggio, padre mio, sì come sprona

lo tempo verso me, per colpo darmi

tal, ch'è più grave a chi più s'abbandona;

  per che di provedenza è buon ch'io m'armi,

sì che, se loco m'è tolto più caro,

io non perdessi li altri per miei carmi.

  Giù per lo mondo sanza fine amaro,

e per lo monte del cui bel cacume

li occhi de la mia donna mi levaro,

  e poscia per lo ciel, di lume in lume,

ho io appreso quel che s'io ridico,

a molti fia sapor di forte agrume;

  e s'io al vero son timido amico,

temo di perder viver tra coloro

che questo tempo chiameranno antico».

  La luce in che rideva il mio tesoro

ch'io trovai lì, si fé prima corusca,

quale a raggio di sole specchio d'oro;

  indi rispuose: «Coscienza fusca

o de la propria o de l'altrui vergogna

pur sentirà la tua parola brusca.

  Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,

tutta tua vision fa manifesta;

e lascia pur grattar dov'è la rogna.

  Ché se la voce tua sarà molesta

nel primo gusto, vital nodrimento

lascerà poi, quando sarà digesta.

  Questo tuo grido farà come vento,

che le più alte cime più percuote;

e ciò non fa d'onor poco argomento.

  Però ti son mostrate in queste rote,

nel monte e ne la valle dolorosa

pur l'anime che son di fama note,

  che l'animo di quel ch'ode, non posa

né ferma fede per essempro ch'aia

la sua radice incognita e ascosa,

  né per altro argomento che non paia».







Paradiso: Canto XVIII



  Già si godeva solo del suo verbo

quello specchio beato, e io gustava

lo mio, temprando col dolce l'acerbo;

  e quella donna ch'a Dio mi menava

disse: «Muta pensier; pensa ch'i' sono

presso a colui ch'ogne torto disgrava».

  Io mi rivolsi a l'amoroso suono

del mio conforto; e qual io allor vidi

ne li occhi santi amor, qui l'abbandono:

  non perch'io pur del mio parlar diffidi,

ma per la mente che non può redire

sovra sé tanto, s'altri non la guidi.

  Tanto poss'io di quel punto ridire,

che, rimirando lei, lo mio affetto

libero fu da ogne altro disire,

  fin che 'l piacere etterno, che diretto

raggiava in Beatrice, dal bel viso

mi contentava col secondo aspetto.

  Vincendo me col lume d'un sorriso,

ella mi disse: «Volgiti e ascolta;

ché non pur ne' miei occhi è paradiso».

  Come si vede qui alcuna volta

l'affetto ne la vista, s'elli è tanto,

che da lui sia tutta l'anima tolta,

  così nel fiammeggiar del folgór santo,

a ch'io mi volsi, conobbi la voglia

in lui di ragionarmi ancora alquanto.

  El cominciò: «In questa quinta soglia

de l'albero che vive de la cima

e frutta sempre e mai non perde foglia,

  spiriti son beati, che giù, prima

che venissero al ciel, fuor di gran voce,

sì ch'ogne musa ne sarebbe opima.

  Però mira ne' corni de la croce:

quello ch'io nomerò, lì farà l'atto

che fa in nube il suo foco veloce».

  Io vidi per la croce un lume tratto

dal nomar Iosuè, com'el si feo;

né mi fu noto il dir prima che 'l fatto.

  E al nome de l'alto Macabeo

vidi moversi un altro roteando,

e letizia era ferza del paleo.

  Così per Carlo Magno e per Orlando

due ne seguì lo mio attento sguardo,

com'occhio segue suo falcon volando.

  Poscia trasse Guiglielmo e Rinoardo

e 'l duca Gottifredi la mia vista

per quella croce, e Ruberto Guiscardo.

  Indi, tra l'altre luci mota e mista,

mostrommi l'alma che m'avea parlato

qual era tra i cantor del cielo artista.

  Io mi rivolsi dal mio destro lato

per vedere in Beatrice il mio dovere,

o per parlare o per atto, segnato;

  e vidi le sue luci tanto mere,

tanto gioconde, che la sua sembianza

vinceva li altri e l'ultimo solere.

  E come, per sentir più dilettanza

bene operando, l'uom di giorno in giorno

s'accorge che la sua virtute avanza,

  sì m'accors'io che 'l mio girare intorno

col cielo insieme avea cresciuto l'arco,

veggendo quel miracol più addorno.

  E qual è 'l trasmutare in picciol varco

di tempo in bianca donna, quando 'l volto

suo si discarchi di vergogna il carco,

  tal fu ne li occhi miei, quando fui vòlto,

per lo candor de la temprata stella

sesta, che dentro a sé m'avea ricolto.

  Io vidi in quella giovial facella

lo sfavillar de l'amor che lì era,

segnare a li occhi miei nostra favella.

  E come augelli surti di rivera,

quasi congratulando a lor pasture,

fanno di sé or tonda or altra schiera,

  sì dentro ai lumi sante creature

volitando cantavano, e faciensi

or D, or I, or L in sue figure.

  Prima, cantando, a sua nota moviensi;

poi, diventando l'un di questi segni,

un poco s'arrestavano e taciensi.

  O diva Pegasea che li 'ngegni

fai gloriosi e rendili longevi,

ed essi teco le cittadi e ' regni,

  illustrami di te, sì ch'io rilevi

le lor figure com'io l'ho concette:

paia tua possa in questi versi brevi!

  Mostrarsi dunque in cinque volte sette

vocali e consonanti; e io notai

le parti sì, come mi parver dette.

  'DILIGITE IUSTITIAM', primai

fur verbo e nome di tutto 'l dipinto;

'QUI IUDICATIS TERRAM', fur sezzai.

  Poscia ne l'emme del vocabol quinto

rimasero ordinate; sì che Giove

pareva argento lì d'oro distinto.

  E vidi scendere altre luci dove

era il colmo de l'emme, e lì quetarsi

cantando, credo, il ben ch'a sé le move.

  Poi, come nel percuoter d'i ciocchi arsi

surgono innumerabili faville,

onde li stolti sogliono agurarsi,

  resurger parver quindi più di mille

luci e salir, qual assai e qual poco,

sì come 'l sol che l'accende sortille;

  e quietata ciascuna in suo loco,

la testa e 'l collo d'un'aguglia vidi

rappresentare a quel distinto foco.

  Quei che dipinge lì, non ha chi 'l guidi;

ma esso guida, e da lui si rammenta

quella virtù ch'è forma per li nidi.

  L'altra beatitudo, che contenta

pareva prima d'ingigliarsi a l'emme,

con poco moto seguitò la 'mprenta.

  O dolce stella, quali e quante gemme

mi dimostraro che nostra giustizia

effetto sia del ciel che tu ingemme!

  Per ch'io prego la mente in che s'inizia

tuo moto e tua virtute, che rimiri

ond'esce il fummo che 'l tuo raggio vizia;

  sì ch'un'altra fiata omai s'adiri

del comperare e vender dentro al templo

che si murò di segni e di martìri.

  O milizia del ciel cu' io contemplo,

adora per color che sono in terra

tutti sviati dietro al malo essemplo!

  Già si solea con le spade far guerra;

ma or si fa togliendo or qui or quivi

lo pan che 'l pio Padre a nessun serra.

  Ma tu che sol per cancellare scrivi,

pensa che Pietro e Paulo, che moriro

per la vigna che guasti, ancor son vivi.

  Ben puoi tu dire: «I' ho fermo 'l disiro

sì a colui che volle viver solo

e che per salti fu tratto al martiro,

  ch'io non conosco il pescator né Polo».







Paradiso: Canto XIX



  Parea dinanzi a me con l'ali aperte

la bella image che nel dolce frui

liete facevan l'anime conserte;

  parea ciascuna rubinetto in cui

raggio di sole ardesse sì acceso,

che ne' miei occhi rifrangesse lui.

  E quel che mi convien ritrar testeso,

non portò voce mai, né scrisse incostro,

né fu per fantasia già mai compreso;

  ch'io vidi e anche udi' parlar lo rostro,

e sonar ne la voce e «io» e «mio»,

quand'era nel concetto e 'noi' e 'nostro'.

  E cominciò: «Per esser giusto e pio

son io qui essaltato a quella gloria

che non si lascia vincere a disio;

  e in terra lasciai la mia memoria

sì fatta, che le genti lì malvage

commendan lei, ma non seguon la storia».

  Così un sol calor di molte brage

si fa sentir, come di molti amori

usciva solo un suon di quella image.

  Ond'io appresso: «O perpetui fiori

de l'etterna letizia, che pur uno

parer mi fate tutti vostri odori,

  solvetemi, spirando, il gran digiuno

che lungamente m'ha tenuto in fame,

non trovandoli in terra cibo alcuno.

  Ben so io che, se 'n cielo altro reame

la divina giustizia fa suo specchio,

che 'l vostro non l'apprende con velame.

  Sapete come attento io m'apparecchio

ad ascoltar; sapete qual è quello

dubbio che m'è digiun cotanto vecchio».

  Quasi falcone ch'esce del cappello,

move la testa e con l'ali si plaude,

voglia mostrando e faccendosi bello,

  vid'io farsi quel segno, che di laude

de la divina grazia era contesto,

con canti quai si sa chi là sù gaude.

  Poi cominciò: «Colui che volse il sesto

a lo stremo del mondo, e dentro ad esso

distinse tanto occulto e manifesto,

  non poté suo valor sì fare impresso

in tutto l'universo, che 'l suo verbo

non rimanesse in infinito eccesso.

  E ciò fa certo che 'l primo superbo,

che fu la somma d'ogne creatura,

per non aspettar lume, cadde acerbo;

  e quinci appar ch'ogne minor natura

è corto recettacolo a quel bene

che non ha fine e sé con sé misura.

  Dunque vostra veduta, che convene

esser alcun de' raggi de la mente

di che tutte le cose son ripiene,

  non pò da sua natura esser possente

tanto, che suo principio discerna

molto di là da quel che l'è parvente.

  Però ne la giustizia sempiterna

la vista che riceve il vostro mondo,

com'occhio per lo mare, entro s'interna;

  che, ben che da la proda veggia il fondo,

in pelago nol vede; e nondimeno

èli, ma cela lui l'esser profondo.

  Lume non è, se non vien dal sereno

che non si turba mai; anzi è tenebra

od ombra de la carne o suo veleno.

  Assai t'è mo aperta la latebra

che t'ascondeva la giustizia viva,

di che facei question cotanto crebra;

  ché tu dicevi: "Un uom nasce a la riva

de l'Indo, e quivi non è chi ragioni

di Cristo né chi legga né chi scriva;

  e tutti suoi voleri e atti buoni

sono, quanto ragione umana vede,

sanza peccato in vita o in sermoni.

  Muore non battezzato e sanza fede:

ov'è questa giustizia che 'l condanna?

ov'è la colpa sua, se ei non crede?"

  Or tu chi se', che vuo' sedere a scranna,

per giudicar di lungi mille miglia

con la veduta corta d'una spanna?

  Certo a colui che meco s'assottiglia,

se la Scrittura sovra voi non fosse,

da dubitar sarebbe a maraviglia.

  Oh terreni animali! oh menti grosse!

La prima volontà, ch'è da sé buona,

da sé, ch'è sommo ben, mai non si mosse.

  Cotanto è giusto quanto a lei consuona:

nullo creato bene a sé la tira,

ma essa, radiando, lui cagiona».

  Quale sovresso il nido si rigira

poi c'ha pasciuti la cicogna i figli,

e come quel ch'è pasto la rimira;

  cotal si fece, e sì levai i cigli,

la benedetta imagine, che l'ali

movea sospinte da tanti consigli.

  Roteando cantava, e dicea: «Quali

son le mie note a te, che non le 'ntendi,

tal è il giudicio etterno a voi mortali».

  Poi si quetaro quei lucenti incendi

de lo Spirito Santo ancor nel segno

che fé i Romani al mondo reverendi,

  esso ricominciò: «A questo regno

non salì mai chi non credette 'n Cristo,

né pria né poi ch'el si chiavasse al legno.

  Ma vedi: molti gridan "Cristo, Cristo!",

che saranno in giudicio assai men prope

a lui, che tal che non conosce Cristo;

  e tai Cristian dannerà l'Etiòpe,

quando si partiranno i due collegi,

l'uno in etterno ricco e l'altro inòpe.

  Che poran dir li Perse a' vostri regi,

come vedranno quel volume aperto

nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

  Lì si vedrà, tra l'opere d'Alberto,

quella che tosto moverà la penna,

per che 'l regno di Praga fia diserto.

  Lì si vedrà il duol che sovra Senna

induce, falseggiando la moneta,

quel che morrà di colpo di cotenna.

  Lì si vedrà la superbia ch'asseta,

che fa lo Scotto e l'Inghilese folle,

sì che non può soffrir dentro a sua meta.

  Vedrassi la lussuria e 'l viver molle

di quel di Spagna e di quel di Boemme,

che mai valor non conobbe né volle.

  Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme

segnata con un i la sua bontate,

quando 'l contrario segnerà un emme.

  Vedrassi l'avarizia e la viltate

di quei che guarda l'isola del foco,

ove Anchise finì la lunga etate;

  e a dare ad intender quanto è poco,

la sua scrittura fian lettere mozze,

che noteranno molto in parvo loco.

  E parranno a ciascun l'opere sozze

del barba e del fratel, che tanto egregia

nazione e due corone han fatte bozze.

  E quel di Portogallo e di Norvegia

lì si conosceranno, e quel di Rascia

che male ha visto il conio di Vinegia.

  Oh beata Ungheria, se non si lascia

più malmenare! e beata Navarra,

se s'armasse del monte che la fascia!

  E creder de' ciascun che già, per arra

di questo, Niccosia e Famagosta

per la lor bestia si lamenti e garra,

  che dal fianco de l'altre non si scosta».







Paradiso: Canto XX



  Quando colui che tutto 'l mondo alluma

de l'emisperio nostro sì discende,

che 'l giorno d'ogne parte si consuma,

  lo ciel, che sol di lui prima s'accende,

subitamente si rifà parvente

per molte luci, in che una risplende;

  e questo atto del ciel mi venne a mente,

come 'l segno del mondo e de' suoi duci

nel benedetto rostro fu tacente;

  però che tutte quelle vive luci,

vie più lucendo, cominciaron canti

da mia memoria labili e caduci.

  O dolce amor che di riso t'ammanti,

quanto parevi ardente in que' flailli,

ch'avieno spirto sol di pensier santi!

  Poscia che i cari e lucidi lapilli

ond'io vidi ingemmato il sesto lume

puoser silenzio a li angelici squilli,

  udir mi parve un mormorar di fiume

che scende chiaro giù di pietra in pietra,

mostrando l'ubertà del suo cacume.

  E come suono al collo de la cetra

prende sua forma, e sì com'al pertugio

de la sampogna vento che penètra,

  così, rimosso d'aspettare indugio,

quel mormorar de l'aguglia salissi

su per lo collo, come fosse bugio.

  Fecesi voce quivi, e quindi uscissi

per lo suo becco in forma di parole,

quali aspettava il core ov'io le scrissi.

  «La parte in me che vede e pate il sole

ne l'aguglie mortali», incominciommi,

«or fisamente riguardar si vole,

  perché d'i fuochi ond'io figura fommi,

quelli onde l'occhio in testa mi scintilla,

e' di tutti lor gradi son li sommi.

  Colui che luce in mezzo per pupilla,

fu il cantor de lo Spirito Santo,

che l'arca traslatò di villa in villa:

  ora conosce il merto del suo canto,

in quanto effetto fu del suo consiglio,

per lo remunerar ch'è altrettanto.

  Dei cinque che mi fan cerchio per ciglio,

colui che più al becco mi s'accosta,

la vedovella consolò del figlio:

  ora conosce quanto caro costa

non seguir Cristo, per l'esperienza

di questa dolce vita e de l'opposta.

  E quel che segue in la circunferenza

di che ragiono, per l'arco superno,

morte indugiò per vera penitenza:

  ora conosce che 'l giudicio etterno

non si trasmuta, quando degno preco

fa crastino là giù de l'odierno.

  L'altro che segue, con le leggi e meco,

sotto buona intenzion che fé mal frutto,

per cedere al pastor si fece greco:

  ora conosce come il mal dedutto

dal suo bene operar non li è nocivo,

avvegna che sia 'l mondo indi distrutto.

  E quel che vedi ne l'arco declivo,

Guiglielmo fu, cui quella terra plora

che piagne Carlo e Federigo vivo:

  ora conosce come s'innamora

lo ciel del giusto rege, e al sembiante

del suo fulgore il fa vedere ancora.

  Chi crederebbe giù nel mondo errante,

che Rifeo Troiano in questo tondo

fosse la quinta de le luci sante?

  Ora conosce assai di quel che 'l mondo

veder non può de la divina grazia,

ben che sua vista non discerna il fondo».

  Quale allodetta che 'n aere si spazia

prima cantando, e poi tace contenta

de l'ultima dolcezza che la sazia,

  tal mi sembiò l'imago de la 'mprenta

de l'etterno piacere, al cui disio

ciascuna cosa qual ell'è diventa.

  E avvegna ch'io fossi al dubbiar mio

lì quasi vetro a lo color ch'el veste,

tempo aspettar tacendo non patio,

  ma de la bocca, «Che cose son queste?»,

mi pinse con la forza del suo peso:

per ch'io di coruscar vidi gran feste.

  Poi appresso, con l'occhio più acceso,

lo benedetto segno mi rispuose

per non tenermi in ammirar sospeso:

  «Io veggio che tu credi queste cose

perch'io le dico, ma non vedi come;

sì che, se son credute, sono ascose.

  Fai come quei che la cosa per nome

apprende ben, ma la sua quiditate

veder non può se altri non la prome.

  Regnum celorum violenza pate

da caldo amore e da viva speranza,

che vince la divina volontate:

  non a guisa che l'omo a l'om sobranza,

ma vince lei perché vuole esser vinta,

e, vinta, vince con sua beninanza.

  La prima vita del ciglio e la quinta

ti fa maravigliar, perché ne vedi

la region de li angeli dipinta.

  D'i corpi suoi non uscir, come credi,

Gentili, ma Cristiani, in ferma fede

quel d'i passuri e quel d'i passi piedi.

  Ché l'una de lo 'nferno, u' non si riede

già mai a buon voler, tornò a l'ossa;

e ciò di viva spene fu mercede:

  di viva spene, che mise la possa

ne' prieghi fatti a Dio per suscitarla,

sì che potesse sua voglia esser mossa.

  L'anima gloriosa onde si parla,

tornata ne la carne, in che fu poco,

credette in lui che potea aiutarla;

  e credendo s'accese in tanto foco

di vero amor, ch'a la morte seconda

fu degna di venire a questo gioco.

  L'altra, per grazia che da sì profonda

fontana stilla, che mai creatura

non pinse l'occhio infino a la prima onda,

  tutto suo amor là giù pose a drittura:

per che, di grazia in grazia, Dio li aperse

l'occhio a la nostra redenzion futura;

  ond'ei credette in quella, e non sofferse

da indi il puzzo più del paganesmo;

e riprendiene le genti perverse.

  Quelle tre donne li fur per battesmo

che tu vedesti da la destra rota,

dinanzi al battezzar più d'un millesmo.

  O predestinazion, quanto remota

è la radice tua da quelli aspetti

che la prima cagion non veggion tota!

  E voi, mortali, tenetevi stretti

a giudicar; ché noi, che Dio vedemo,

non conosciamo ancor tutti li eletti;

  ed ènne dolce così fatto scemo,

perché il ben nostro in questo ben s'affina,

che quel che vole Iddio, e noi volemo».

  Così da quella imagine divina,

per farmi chiara la mia corta vista,

data mi fu soave medicina.

  E come a buon cantor buon citarista

fa seguitar lo guizzo de la corda,

in che più di piacer lo canto acquista,

  sì, mentre ch'e' parlò, sì mi ricorda

ch'io vidi le due luci benedette,

pur come batter d'occhi si concorda,

  con le parole mover le fiammette.







Paradiso: Canto XXI



  Già eran li occhi miei rifissi al volto

de la mia donna, e l'animo con essi,

e da ogne altro intento s'era tolto.

  E quella non ridea; ma «S'io ridessi»,

mi cominciò, «tu ti faresti quale

fu Semelè quando di cener fessi;

  ché la bellezza mia, che per le scale

de l'etterno palazzo più s'accende,

com'hai veduto, quanto più si sale,

  se non si temperasse, tanto splende,

che 'l tuo mortal podere, al suo fulgore,

sarebbe fronda che trono scoscende.

  Noi sem levati al settimo splendore,

che sotto 'l petto del Leone ardente

raggia mo misto giù del suo valore.

  Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,

e fa di quelli specchi a la figura

che 'n questo specchio ti sarà parvente».

  Qual savesse qual era la pastura

del viso mio ne l'aspetto beato

quand'io mi trasmutai ad altra cura,

  conoscerebbe quanto m'era a grato

ubidire a la mia celeste scorta,

contrapesando l'un con l'altro lato.

  Dentro al cristallo che 'l vocabol porta,

cerchiando il mondo, del suo caro duce

sotto cui giacque ogne malizia morta,

  di color d'oro in che raggio traluce

vid'io uno scaleo eretto in suso

tanto, che nol seguiva la mia luce.

  Vidi anche per li gradi scender giuso

tanti splendor, ch'io pensai ch'ogne lume

che par nel ciel, quindi fosse diffuso.

  E come, per lo natural costume,

le pole insieme, al cominciar del giorno,

si movono a scaldar le fredde piume;

  poi altre vanno via sanza ritorno,

altre rivolgon sé onde son mosse,

e altre roteando fan soggiorno;

  tal modo parve me che quivi fosse

in quello sfavillar che 'nsieme venne,

sì come in certo grado si percosse.

  E quel che presso più ci si ritenne,

si fé sì chiaro, ch'io dicea pensando:

'Io veggio ben l'amor che tu m'accenne.

  Ma quella ond'io aspetto il come e 'l quando

del dire e del tacer, si sta; ond'io,

contra 'l disio, fo ben ch'io non dimando'.

  Per ch'ella, che vedea il tacer mio

nel veder di colui che tutto vede,

mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».

  E io incominciai: «La mia mercede

non mi fa degno de la tua risposta;

ma per colei che 'l chieder mi concede,

  vita beata che ti stai nascosta

dentro a la tua letizia, fammi nota

la cagion che sì presso mi t'ha posta;

  e di' perché si tace in questa rota

la dolce sinfonia di paradiso,

che giù per l'altre suona sì divota».

  «Tu hai l'udir mortal sì come il viso»,

rispuose a me; «onde qui non si canta

per quel che Beatrice non ha riso.

  Giù per li gradi de la scala santa

discesi tanto sol per farti festa

col dire e con la luce che mi ammanta;

  né più amor mi fece esser più presta;

ché più e tanto amor quinci sù ferve,

sì come il fiammeggiar ti manifesta.

  Ma l'alta carità, che ci fa serve

pronte al consiglio che 'l mondo governa,

sorteggia qui sì come tu osserve».

  «Io veggio ben», diss'io, «sacra lucerna,

come libero amore in questa corte

basta a seguir la provedenza etterna;

  ma questo è quel ch'a cerner mi par forte,

perché predestinata fosti sola

a questo officio tra le tue consorte».

  Né venni prima a l'ultima parola,

che del suo mezzo fece il lume centro,

girando sé come veloce mola;

  poi rispuose l'amor che v'era dentro:

«Luce divina sopra me s'appunta,

penetrando per questa in ch'io m'inventro,

  la cui virtù, col mio veder congiunta,

mi leva sopra me tanto, ch'i' veggio

la somma essenza de la quale è munta.

  Quinci vien l'allegrezza ond'io fiammeggio;

per ch'a la vista mia, quant'ella è chiara,

la chiarità de la fiamma pareggio.

  Ma quell'alma nel ciel che più si schiara,

quel serafin che 'n Dio più l'occhio ha fisso,

a la dimanda tua non satisfara,

  però che sì s'innoltra ne lo abisso

de l'etterno statuto quel che chiedi,

che da ogne creata vista è scisso.

  E al mondo mortal, quando tu riedi,

questo rapporta, sì che non presumma

a tanto segno più mover li piedi.

  La mente, che qui luce, in terra fumma;

onde riguarda come può là giùe

quel che non pote perché 'l ciel l'assumma».

  Sì mi prescrisser le parole sue,

ch'io lasciai la quistione e mi ritrassi

a dimandarla umilmente chi fue.

  «Tra ' due liti d'Italia surgon sassi,

e non molto distanti a la tua patria,

tanto che ' troni assai suonan più bassi,

  e fanno un gibbo che si chiama Catria,

di sotto al quale è consecrato un ermo,

che suole esser disposto a sola latria».

  Così ricominciommi il terzo sermo;

e poi, continuando, disse: «Quivi

al servigio di Dio mi fe' sì fermo,

  che pur con cibi di liquor d'ulivi

lievemente passava caldi e geli,

contento ne' pensier contemplativi.

  Render solea quel chiostro a questi cieli

fertilemente; e ora è fatto vano,

sì che tosto convien che si riveli.

  In quel loco fu' io Pietro Damiano,

e Pietro Peccator fu' ne la casa

di Nostra Donna in sul lito adriano.

  Poca vita mortal m'era rimasa,

quando fui chiesto e tratto a quel cappello,

che pur di male in peggio si travasa.

  Venne Cefàs e venne il gran vasello

de lo Spirito Santo, magri e scalzi,

prendendo il cibo da qualunque ostello.

  Or voglion quinci e quindi chi rincalzi

li moderni pastori e chi li meni,

tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.

  Cuopron d'i manti loro i palafreni,

sì che due bestie van sott'una pelle:

oh pazienza che tanto sostieni!».

  A questa voce vid'io più fiammelle

di grado in grado scendere e girarsi,

e ogne giro le facea più belle.

  Dintorno a questa vennero e fermarsi,

e fero un grido di sì alto suono,

che non potrebbe qui assomigliarsi;

  né io lo 'ntesi, sì mi vinse il tuono.







Paradiso: Canto XXII



  Oppresso di stupore, a la mia guida

mi volsi, come parvol che ricorre

sempre colà dove più si confida;

  e quella, come madre che soccorre

sùbito al figlio palido e anelo

con la sua voce, che 'l suol ben disporre,

  mi disse: «Non sai tu che tu se' in cielo?

e non sai tu che 'l cielo è tutto santo,

e ciò che ci si fa vien da buon zelo?

  Come t'avrebbe trasmutato il canto,

e io ridendo, mo pensar lo puoi,

poscia che 'l grido t'ha mosso cotanto;

  nel qual, se 'nteso avessi i prieghi suoi,

già ti sarebbe nota la vendetta

che tu vedrai innanzi che tu muoi.

  La spada di qua sù non taglia in fretta

né tardo, ma' ch'al parer di colui

che disiando o temendo l'aspetta.

  Ma rivolgiti omai inverso altrui;

ch'assai illustri spiriti vedrai,

se com'io dico l'aspetto redui».

  Come a lei piacque, li occhi ritornai,

e vidi cento sperule che 'nsieme

più s'abbellivan con mutui rai.

  Io stava come quei che 'n sé repreme

la punta del disio, e non s'attenta

di domandar, sì del troppo si teme;

  e la maggiore e la più luculenta

di quelle margherite innanzi fessi,

per far di sé la mia voglia contenta.

  Poi dentro a lei udi' : «Se tu vedessi

com'io la carità che tra noi arde,

li tuoi concetti sarebbero espressi.

  Ma perché tu, aspettando, non tarde

a l'alto fine, io ti farò risposta

pur al pensier, da che sì ti riguarde.

  Quel monte a cui Cassino è ne la costa

fu frequentato già in su la cima

da la gente ingannata e mal disposta;

  e quel son io che sù vi portai prima

lo nome di colui che 'n terra addusse

la verità che tanto ci soblima;

  e tanta grazia sopra me relusse,

ch'io ritrassi le ville circunstanti

da l'empio cólto che 'l mondo sedusse.

  Questi altri fuochi tutti contemplanti

uomini fuoro, accesi di quel caldo

che fa nascere i fiori e ' frutti santi.

  Qui è Maccario, qui è Romoaldo,

qui son li frati miei che dentro ai chiostri

fermar li piedi e tennero il cor saldo».

  E io a lui: «L'affetto che dimostri

meco parlando, e la buona sembianza

ch'io veggio e noto in tutti li ardor vostri,

  così m'ha dilatata mia fidanza,

come 'l sol fa la rosa quando aperta

tanto divien quant'ell'ha di possanza.

  Però ti priego, e tu, padre, m'accerta

s'io posso prender tanta grazia, ch'io

ti veggia con imagine scoverta».

  Ond'elli: «Frate, il tuo alto disio

s'adempierà in su l'ultima spera,

ove s'adempion tutti li altri e 'l mio.

  Ivi è perfetta, matura e intera

ciascuna disianza; in quella sola

è ogne parte là ove sempr'era,

  perché non è in loco e non s'impola;

e nostra scala infino ad essa varca,

onde così dal viso ti s'invola.

  Infin là sù la vide il patriarca

Iacobbe porger la superna parte,

quando li apparve d'angeli sì carca.

  Ma, per salirla, mo nessun diparte

da terra i piedi, e la regola mia

rimasa è per danno de le carte.

  Le mura che solieno esser badia

fatte sono spelonche, e le cocolle

sacca son piene di farina ria.

  Ma grave usura tanto non si tolle

contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto

che fa il cor de' monaci sì folle;

  ché quantunque la Chiesa guarda, tutto

è de la gente che per Dio dimanda;

non di parenti né d'altro più brutto.

  La carne d'i mortali è tanto blanda,

che giù non basta buon cominciamento

dal nascer de la quercia al far la ghianda.

  Pier cominciò sanz'oro e sanz'argento,

e io con orazione e con digiuno,

e Francesco umilmente il suo convento;

  e se guardi 'l principio di ciascuno,

poscia riguardi là dov'è trascorso,

tu vederai del bianco fatto bruno.

  Veramente Iordan vòlto retrorso

più fu, e 'l mar fuggir, quando Dio volse,

mirabile a veder che qui 'l soccorso».

  Così mi disse, e indi si raccolse

al suo collegio, e 'l collegio si strinse;

poi, come turbo, in sù tutto s'avvolse.

  La dolce donna dietro a lor mi pinse

con un sol cenno su per quella scala,

sì sua virtù la mia natura vinse;

  né mai qua giù dove si monta e cala

naturalmente, fu sì ratto moto

ch'agguagliar si potesse a la mia ala.

  S'io torni mai, lettore, a quel divoto

triunfo per lo quale io piango spesso

le mie peccata e 'l petto mi percuoto,

  tu non avresti in tanto tratto e messo

nel foco il dito, in quant'io vidi 'l segno

che segue il Tauro e fui dentro da esso.

  O gloriose stelle, o lume pregno

di gran virtù, dal quale io riconosco

tutto, qual che si sia, il mio ingegno,

  con voi nasceva e s'ascondeva vosco

quelli ch'è padre d'ogne mortal vita,

quand'io senti' di prima l'aere tosco;

  e poi, quando mi fu grazia largita

d'entrar ne l'alta rota che vi gira,

la vostra region mi fu sortita.

  A voi divotamente ora sospira

l'anima mia, per acquistar virtute

al passo forte che a sé la tira.

  «Tu se' sì presso a l'ultima salute»,

cominciò Beatrice, «che tu dei

aver le luci tue chiare e acute;

  e però, prima che tu più t'inlei,

rimira in giù, e vedi quanto mondo

sotto li piedi già esser ti fei;

  sì che 'l tuo cor, quantunque può, giocondo

s'appresenti a la turba triunfante

che lieta vien per questo etera tondo».

  Col viso ritornai per tutte quante

le sette spere, e vidi questo globo

tal, ch'io sorrisi del suo vil sembiante;

  e quel consiglio per migliore approbo

che l'ha per meno; e chi ad altro pensa

chiamar si puote veramente probo.

  Vidi la figlia di Latona incensa

sanza quell'ombra che mi fu cagione

per che già la credetti rara e densa.

  L'aspetto del tuo nato, Iperione,

quivi sostenni, e vidi com'si move

circa e vicino a lui Maia e Dione.

  Quindi m'apparve il temperar di Giove

tra 'l padre e 'l figlio: e quindi mi fu chiaro

il variar che fanno di lor dove;

  e tutti e sette mi si dimostraro

quanto son grandi e quanto son veloci

e come sono in distante riparo.

  L'aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendom'io con li etterni Gemelli,

tutta m'apparve da' colli a le foci;

  poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.







Paradiso: Canto XXIII



  Come l'augello, intra l'amate fronde,

posato al nido de' suoi dolci nati

la notte che le cose ci nasconde,

  che, per veder li aspetti disiati

e per trovar lo cibo onde li pasca,

in che gravi labor li sono aggrati,

  previene il tempo in su aperta frasca,

e con ardente affetto il sole aspetta,

fiso guardando pur che l'alba nasca;

  così la donna mia stava eretta

e attenta, rivolta inver' la plaga

sotto la quale il sol mostra men fretta:

  sì che, veggendola io sospesa e vaga,

fecimi qual è quei che disiando

altro vorria, e sperando s'appaga.

  Ma poco fu tra uno e altro quando,

del mio attender, dico, e del vedere

lo ciel venir più e più rischiarando;

  e Beatrice disse: «Ecco le schiere

del triunfo di Cristo e tutto 'l frutto

ricolto del girar di queste spere!».

  Pariemi che 'l suo viso ardesse tutto,

e li occhi avea di letizia sì pieni,

che passarmen convien sanza costrutto.

  Quale ne' plenilunii sereni

Trivia ride tra le ninfe etterne

che dipingon lo ciel per tutti i seni,

  vid'i' sopra migliaia di lucerne

un sol che tutte quante l'accendea,

come fa 'l nostro le viste superne;

  e per la viva luce trasparea

la lucente sustanza tanto chiara

nel viso mio, che non la sostenea.

  Oh Beatrice, dolce guida e cara!

Ella mi disse: «Quel che ti sobranza

è virtù da cui nulla si ripara.

  Quivi è la sapienza e la possanza

ch'aprì le strade tra 'l cielo e la terra,

onde fu già sì lunga disianza».

  Come foco di nube si diserra

per dilatarsi sì che non vi cape,

e fuor di sua natura in giù s'atterra,

  la mente mia così, tra quelle dape

fatta più grande, di sé stessa uscìo,

e che si fesse rimembrar non sape.

  «Apri li occhi e riguarda qual son io;

tu hai vedute cose, che possente

se' fatto a sostener lo riso mio».

  Io era come quei che si risente

di visione oblita e che s'ingegna

indarno di ridurlasi a la mente,

  quand'io udi' questa proferta, degna

di tanto grato, che mai non si stingue

del libro che 'l preterito rassegna.

  Se mo sonasser tutte quelle lingue

che Polimnia con le suore fero

del latte lor dolcissimo più pingue,

  per aiutarmi, al millesmo del vero

non si verria, cantando il santo riso

e quanto il santo aspetto facea mero;

  e così, figurando il paradiso,

convien saltar lo sacrato poema,

come chi trova suo cammin riciso.

  Ma chi pensasse il ponderoso tema

e l'omero mortal che se ne carca,

nol biasmerebbe se sott'esso trema:

  non è pareggio da picciola barca

quel che fendendo va l'ardita prora,

né da nocchier ch'a sé medesmo parca.

  «Perché la faccia mia sì t'innamora,

che tu non ti rivolgi al bel giardino

che sotto i raggi di Cristo s'infiora?

  Quivi è la rosa in che 'l verbo divino

carne si fece; quivi son li gigli

al cui odor si prese il buon cammino».

  Così Beatrice; e io, che a' suoi consigli

tutto era pronto, ancora mi rendei

a la battaglia de' debili cigli.

  Come a raggio di sol che puro mei

per fratta nube, già prato di fiori

vider, coverti d'ombra, li occhi miei;

  vid'io così più turbe di splendori,

folgorate di sù da raggi ardenti,

sanza veder principio di folgóri.

  O benigna vertù che sì li 'mprenti,

sù t'essaltasti, per largirmi loco

a li occhi lì che non t'eran possenti.

  Il nome del bel fior ch'io sempre invoco

e mane e sera, tutto mi ristrinse

l'animo ad avvisar lo maggior foco;

  e come ambo le luci mi dipinse

il quale e il quanto de la viva stella

che là sù vince come qua giù vinse,

  per entro il cielo scese una facella,

formata in cerchio a guisa di corona,

e cinsela e girossi intorno ad ella.

  Qualunque melodia più dolce suona

qua giù e più a sé l'anima tira,

parrebbe nube che squarciata tona,

  comparata al sonar di quella lira

onde si coronava il bel zaffiro

del quale il ciel più chiaro s'inzaffira.

  «Io sono amore angelico, che giro

l'alta letizia che spira del ventre

che fu albergo del nostro disiro;

  e girerommi, donna del ciel, mentre

che seguirai tuo figlio, e farai dia

più la spera suprema perché lì entre».

  Così la circulata melodia

si sigillava, e tutti li altri lumi

facean sonare il nome di Maria.

  Lo real manto di tutti i volumi

del mondo, che più ferve e più s'avviva

ne l'alito di Dio e nei costumi,

  avea sopra di noi l'interna riva

tanto distante, che la sua parvenza,

là dov'io era, ancor non appariva:

  però non ebber li occhi miei potenza

di seguitar la coronata fiamma

che si levò appresso sua semenza.

  E come fantolin che 'nver' la mamma

tende le braccia, poi che 'l latte prese,

per l'animo che 'nfin di fuor s'infiamma;

  ciascun di quei candori in sù si stese

con la sua cima, sì che l'alto affetto

ch'elli avieno a Maria mi fu palese.

  Indi rimaser lì nel mio cospetto,

'Regina celi' cantando sì dolce,

che mai da me non si partì 'l diletto.

  Oh quanta è l'ubertà che si soffolce

in quelle arche ricchissime che fuoro

a seminar qua giù buone bobolce!

  Quivi si vive e gode del tesoro

che s'acquistò piangendo ne lo essilio

di Babillòn, ove si lasciò l'oro.

  Quivi triunfa, sotto l'alto Filio

di Dio e di Maria, di sua vittoria,

e con l'antico e col novo concilio,

  colui che tien le chiavi di tal gloria.







Paradiso: Canto XXIV



  «O sodalizio eletto a la gran cena

del benedetto Agnello, il qual vi ciba

sì, che la vostra voglia è sempre piena,

  se per grazia di Dio questi preliba

di quel che cade de la vostra mensa,

prima che morte tempo li prescriba,

  ponete mente a l'affezione immensa

e roratelo alquanto: voi bevete

sempre del fonte onde vien quel ch'ei pensa».

  Così Beatrice; e quelle anime liete

si fero spere sopra fissi poli,

fiammando, a volte, a guisa di comete.

  E come cerchi in tempra d'oriuoli

si giran sì, che 'l primo a chi pon mente

quieto pare, e l'ultimo che voli;

  così quelle carole, differente-

mente danzando, de la sua ricchezza

mi facieno stimar, veloci e lente.

  Di quella ch'io notai di più carezza

vid'io uscire un foco sì felice,

che nullo vi lasciò di più chiarezza;

  e tre fiate intorno di Beatrice

si volse con un canto tanto divo,

che la mia fantasia nol mi ridice.

  Però salta la penna e non lo scrivo:

ché l'imagine nostra a cotai pieghe,

non che 'l parlare, è troppo color vivo.

  «O santa suora mia che sì ne prieghe

divota, per lo tuo ardente affetto

da quella bella spera mi disleghe».

  Poscia fermato, il foco benedetto

a la mia donna dirizzò lo spiro,

che favellò così com'i' ho detto.

  Ed ella: «O luce etterna del gran viro

a cui Nostro Segnor lasciò le chiavi,

ch'ei portò giù, di questo gaudio miro,

  tenta costui di punti lievi e gravi,

come ti piace, intorno de la fede,

per la qual tu su per lo mare andavi.

  S'elli ama bene e bene spera e crede,

non t'è occulto, perché 'l viso hai quivi

dov'ogne cosa dipinta si vede;

  ma perché questo regno ha fatto civi

per la verace fede, a gloriarla,

di lei parlare è ben ch'a lui arrivi».

  Sì come il baccialier s'arma e non parla

fin che 'l maestro la question propone,

per approvarla, non per terminarla,

  così m'armava io d'ogne ragione

mentre ch'ella dicea, per esser presto

a tal querente e a tal professione.

  «Di', buon Cristiano, fatti manifesto:

fede che è?». Ond'io levai la fronte

in quella luce onde spirava questo;

  poi mi volsi a Beatrice, ed essa pronte

sembianze femmi perch'io spandessi

l'acqua di fuor del mio interno fonte.

  «La Grazia che mi dà ch'io mi confessi»,

comincia' io, «da l'alto primipilo,

faccia li miei concetti bene espressi».

  E seguitai: «Come 'l verace stilo

ne scrisse, padre, del tuo caro frate

che mise teco Roma nel buon filo,

  fede è sustanza di cose sperate

e argomento de le non parventi;

e questa pare a me sua quiditate».

  Allora udi' : «Dirittamente senti,

se bene intendi perché la ripuose

tra le sustanze, e poi tra li argomenti».

  E io appresso: «Le profonde cose

che mi largiscon qui la lor parvenza,

a li occhi di là giù son sì ascose,

  che l'esser loro v'è in sola credenza,

sopra la qual si fonda l'alta spene;

e però di sustanza prende intenza.

  E da questa credenza ci convene

silogizzar, sanz'avere altra vista:

però intenza d'argomento tene».

  Allora udi' : «Se quantunque s'acquista

giù per dottrina, fosse così 'nteso,

non lì avria loco ingegno di sofista».

  Così spirò di quello amore acceso;

indi soggiunse: «Assai bene è trascorsa

d'esta moneta già la lega e 'l peso;

  ma dimmi se tu l'hai ne la tua borsa».

Ond'io: «Sì ho, sì lucida e sì tonda,

che nel suo conio nulla mi s'inforsa».

  Appresso uscì de la luce profonda

che lì splendeva: «Questa cara gioia

sopra la quale ogne virtù si fonda,

  onde ti venne?». E io: «La larga ploia

de lo Spirito Santo, ch'è diffusa

in su le vecchie e 'n su le nuove cuoia,

  è silogismo che la m'ha conchiusa

acutamente sì, che 'nverso d'ella

ogne dimostrazion mi pare ottusa».

  Io udi' poi: «L'antica e la novella

proposizion che così ti conchiude,

perché l'hai tu per divina favella?».

  E io: «La prova che 'l ver mi dischiude,

son l'opere seguite, a che natura



non scalda ferro mai né batte incude».

  Risposto fummi: «Di', chi t'assicura

che quell'opere fosser? Quel medesmo

che vuol provarsi, non altri, il ti giura».

  «Se 'l mondo si rivolse al cristianesmo»,

diss'io, «sanza miracoli, quest'uno

è tal, che li altri non sono il centesmo:

  ché tu intrasti povero e digiuno

in campo, a seminar la buona pianta

che fu già vite e ora è fatta pruno».

  Finito questo, l'alta corte santa

risonò per le spere un 'Dio laudamo'

ne la melode che là sù si canta.

  E quel baron che sì di ramo in ramo,

essaminando, già tratto m'avea,

che a l'ultime fronde appressavamo,

  ricominciò: «La Grazia, che donnea

con la tua mente, la bocca t'aperse

infino a qui come aprir si dovea,

  sì ch'io approvo ciò che fuori emerse;

ma or conviene espremer quel che credi,

e onde a la credenza tua s'offerse».

  «O santo padre, e spirito che vedi

ciò che credesti sì, che tu vincesti

ver' lo sepulcro più giovani piedi»,

  comincia' io, «tu vuo' ch'io manifesti

la forma qui del pronto creder mio,

e anche la cagion di lui chiedesti.

  E io rispondo: Io credo in uno Dio

solo ed etterno, che tutto 'l ciel move,

non moto, con amore e con disio;

  e a tal creder non ho io pur prove

fisice e metafisice, ma dalmi

anche la verità che quinci piove

  per Moisè, per profeti e per salmi,

per l'Evangelio e per voi che scriveste

poi che l'ardente Spirto vi fé almi;

  e credo in tre persone etterne, e queste

credo una essenza sì una e sì trina,

che soffera congiunto 'sono' ed 'este'.

  De la profonda condizion divina

ch'io tocco mo, la mente mi sigilla

più volte l'evangelica dottrina.

  Quest'è 'l principio, quest'è la favilla

che si dilata in fiamma poi vivace,

e come stella in cielo in me scintilla».

  Come 'l segnor ch'ascolta quel che i piace,

da indi abbraccia il servo, gratulando

per la novella, tosto ch'el si tace;

  così, benedicendomi cantando,

tre volte cinse me, sì com'io tacqui,

l'appostolico lume al cui comando

  io avea detto: sì nel dir li piacqui!







Paradiso: Canto XXV



  Se mai continga che 'l poema sacro

al quale ha posto mano e cielo e terra,

sì che m'ha fatto per molti anni macro,

  vinca la crudeltà che fuor mi serra

del bello ovile ov'io dormi' agnello,

nimico ai lupi che li danno guerra;

  con altra voce omai, con altro vello

ritornerò poeta, e in sul fonte

del mio battesmo prenderò 'l cappello;

  però che ne la fede, che fa conte

l'anime a Dio, quivi intra' io, e poi

Pietro per lei sì mi girò la fronte.

  Indi si mosse un lume verso noi

di quella spera ond'uscì la primizia

che lasciò Cristo d'i vicari suoi;

  e la mia donna, piena di letizia,

mi disse: «Mira, mira: ecco il barone

per cui là giù si vicita Galizia».

  Sì come quando il colombo si pone

presso al compagno, l'uno a l'altro pande,

girando e mormorando, l'affezione;

  così vid'io l'un da l'altro grande

principe glorioso essere accolto,

laudando il cibo che là sù li prande.

  Ma poi che 'l gratular si fu assolto,

tacito coram me ciascun s'affisse,

ignito sì che vincea 'l mio volto.

  Ridendo allora Beatrice disse:

«Inclita vita per cui la larghezza

de la nostra basilica si scrisse,

  fa risonar la spene in questa altezza:

tu sai, che tante fiate la figuri,

quante Iesù ai tre fé più carezza».

  «Leva la testa e fa che t'assicuri:

che ciò che vien qua sù del mortal mondo,

convien ch'ai nostri raggi si maturi».

  Questo conforto del foco secondo

mi venne; ond'io levai li occhi a' monti

che li 'ncurvaron pria col troppo pondo.

  «Poi che per grazia vuol che tu t'affronti

lo nostro Imperadore, anzi la morte,

ne l'aula più secreta co' suoi conti,

  sì che, veduto il ver di questa corte,

la spene, che là giù bene innamora,

in te e in altrui di ciò conforte,

  di' quel ch'ell'è, di' come se ne 'nfiora

la mente tua, e dì onde a te venne».

Così seguì 'l secondo lume ancora.

  E quella pia che guidò le penne

de le mie ali a così alto volo,

a la risposta così mi prevenne:

  «La Chiesa militante alcun figliuolo

non ha con più speranza, com'è scritto

nel Sol che raggia tutto nostro stuolo:

  però li è conceduto che d'Egitto

vegna in Ierusalemme per vedere,

anzi che 'l militar li sia prescritto.

  Li altri due punti, che non per sapere

son dimandati, ma perch'ei rapporti

quanto questa virtù t'è in piacere,

  a lui lasc'io, ché non li saran forti

né di iattanza; ed elli a ciò risponda,

e la grazia di Dio ciò li comporti».

  Come discente ch'a dottor seconda

pronto e libente in quel ch'elli è esperto,

perché la sua bontà si disasconda,

  «Spene», diss'io, «è uno attender certo

de la gloria futura, il qual produce

grazia divina e precedente merto.

  Da molte stelle mi vien questa luce;

ma quei la distillò nel mio cor pria

che fu sommo cantor del sommo duce.

  'Sperino in te', ne la sua teodìa

dice, 'color che sanno il nome tuo':

e chi nol sa, s'elli ha la fede mia?

  Tu mi stillasti, con lo stillar suo,

ne la pistola poi; sì ch'io son pieno,

e in altrui vostra pioggia repluo».

  Mentr' io diceva, dentro al vivo seno

di quello incendio tremolava un lampo

sùbito e spesso a guisa di baleno.

  Indi spirò: «L'amore ond'io avvampo

ancor ver' la virtù che mi seguette

infin la palma e a l'uscir del campo,

  vuol ch'io respiri a te che ti dilette

di lei; ed emmi a grato che tu diche

quello che la speranza ti 'mpromette».

  E io: «Le nove e le scritture antiche

pongon lo segno, ed esso lo mi addita,

de l'anime che Dio s'ha fatte amiche.

  Dice Isaia che ciascuna vestita

ne la sua terra fia di doppia vesta:

e la sua terra è questa dolce vita;

  e 'l tuo fratello assai vie più digesta,

là dove tratta de le bianche stole,

questa revelazion ci manifesta».

  E prima, appresso al fin d'este parole,

'Sperent in te' di sopr'a noi s'udì;

a che rispuoser tutte le carole.

  Poscia tra esse un lume si schiarì

sì che, se 'l Cancro avesse un tal cristallo,

l'inverno avrebbe un mese d'un sol dì.

  E come surge e va ed entra in ballo

vergine lieta, sol per fare onore

a la novizia, non per alcun fallo,

  così vid'io lo schiarato splendore

venire a' due che si volgieno a nota

qual conveniesi al loro ardente amore.

  Misesi lì nel canto e ne la rota;

e la mia donna in lor tenea l'aspetto,

pur come sposa tacita e immota.

  «Questi è colui che giacque sopra 'l petto

del nostro pellicano, e questi fue

di su la croce al grande officio eletto».

  La donna mia così; né però piùe

mosser la vista sua di stare attenta

poscia che prima le parole sue.

  Qual è colui ch'adocchia e s'argomenta

di vedere eclissar lo sole un poco,

che, per veder, non vedente diventa;

  tal mi fec'io a quell'ultimo foco

mentre che detto fu: «Perché t'abbagli

per veder cosa che qui non ha loco?

  In terra è terra il mio corpo, e saragli

tanto con li altri, che 'l numero nostro

con l'etterno proposito s'agguagli.

  Con le due stole nel beato chiostro

son le due luci sole che saliro;

e questo apporterai nel mondo vostro».

  A questa voce l'infiammato giro

si quietò con esso il dolce mischio

che si facea nel suon del trino spiro,

  sì come, per cessar fatica o rischio,

li remi, pria ne l'acqua ripercossi,

tutti si posano al sonar d'un fischio.

  Ahi quanto ne la mente mi commossi,

quando mi volsi per veder Beatrice,

per non poter veder, benché io fossi

  presso di lei, e nel mondo felice!







Paradiso: Canto XXVI



  Mentr'io dubbiava per lo viso spento,

de la fulgida fiamma che lo spense

uscì un spiro che mi fece attento,

  dicendo: «Intanto che tu ti risense

de la vista che hai in me consunta,

ben è che ragionando la compense.

  Comincia dunque; e di' ove s'appunta

l'anima tua, e fa' ragion che sia

la vista in te smarrita e non defunta:

  perché la donna che per questa dia

region ti conduce, ha ne lo sguardo

la virtù ch'ebbe la man d'Anania».

  Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo

vegna remedio a li occhi, che fuor porte

quand'ella entrò col foco ond'io sempr'ardo.

  Lo ben che fa contenta questa corte,

Alfa e O è di quanta scrittura

mi legge Amore o lievemente o forte».

  Quella medesma voce che paura

tolta m'avea del sùbito abbarbaglio,

di ragionare ancor mi mise in cura;

  e disse: «Certo a più angusto vaglio

ti conviene schiarar: dicer convienti

chi drizzò l'arco tuo a tal berzaglio».

  E io: «Per filosofici argomenti

e per autorità che quinci scende

cotale amor convien che in me si 'mprenti:

  ché 'l bene, in quanto ben, come s'intende,

così accende amore, e tanto maggio

quanto più di bontate in sé comprende.

  Dunque a l'essenza ov'è tanto avvantaggio,

che ciascun ben che fuor di lei si trova

altro non è ch'un lume di suo raggio,

  più che in altra convien che si mova

la mente, amando, di ciascun che cerne

il vero in che si fonda questa prova.

  Tal vero a l'intelletto mio sterne

colui che mi dimostra il primo amore

di tutte le sustanze sempiterne.

  Sternel la voce del verace autore,

che dice a Moisè, di sé parlando:

'Io ti farò vedere ogne valore'.

  Sternilmi tu ancora, incominciando

l'alto preconio che grida l'arcano

di qui là giù sovra ogne altro bando».

  E io udi': «Per intelletto umano

e per autoritadi a lui concorde

d'i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

  Ma di' ancor se tu senti altre corde

tirarti verso lui, sì che tu suone

con quanti denti questo amor ti morde».

  Non fu latente la santa intenzione

de l'aguglia di Cristo, anzi m'accorsi

dove volea menar mia professione.

  Però ricominciai: «Tutti quei morsi

che posson far lo cor volgere a Dio,

a la mia caritate son concorsi:

  ché l'essere del mondo e l'esser mio,

la morte ch'el sostenne perch'io viva,

e quel che spera ogne fedel com'io,

  con la predetta conoscenza viva,

tratto m'hanno del mar de l'amor torto,

e del diritto m'han posto a la riva.

  Le fronde onde s'infronda tutto l'orto

de l'ortolano etterno, am'io cotanto

quanto da lui a lor di bene è porto».

  Sì com'io tacqui, un dolcissimo canto

risonò per lo cielo, e la mia donna

dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».

  E come a lume acuto si disonna

per lo spirto visivo che ricorre

a lo splendor che va di gonna in gonna,

  e lo svegliato ciò che vede aborre,

sì nescia è la sùbita vigilia

fin che la stimativa non soccorre;

  così de li occhi miei ogni quisquilia

fugò Beatrice col raggio d'i suoi,

che rifulgea da più di mille milia:

  onde mei che dinanzi vidi poi;

e quasi stupefatto domandai

d'un quarto lume ch'io vidi tra noi.

  E la mia donna: «Dentro da quei rai

vagheggia il suo fattor l'anima prima

che la prima virtù creasse mai».

  Come la fronda che flette la cima

nel transito del vento, e poi si leva

per la propria virtù che la soblima,

  fec'io in tanto in quant'ella diceva,

stupendo, e poi mi rifece sicuro

un disio di parlare ond'io ardeva.

  E cominciai: «O pomo che maturo

solo prodotto fosti, o padre antico

a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,

  divoto quanto posso a te supplìco

perché mi parli: tu vedi mia voglia,

e per udirti tosto non la dico».

  Talvolta un animal coverto broglia,

sì che l'affetto convien che si paia

per lo seguir che face a lui la 'nvoglia;

  e similmente l'anima primaia

mi facea trasparer per la coverta

quant'ella a compiacermi venìa gaia.

  Indi spirò: «Sanz'essermi proferta

da te, la voglia tua discerno meglio

che tu qualunque cosa t'è più certa;

  perch'io la veggio nel verace speglio

che fa di sé pareglio a l'altre cose,

e nulla face lui di sé pareglio.

  Tu vuogli udir quant'è che Dio mi puose

ne l'eccelso giardino, ove costei

a così lunga scala ti dispuose,

  e quanto fu diletto a li occhi miei,

e la propria cagion del gran disdegno,

e l'idioma ch'usai e che fei.

  Or, figluol mio, non il gustar del legno

fu per sé la cagion di tanto essilio,

ma solamente il trapassar del segno.

  Quindi onde mosse tua donna Virgilio,

quattromilia trecento e due volumi

di sol desiderai questo concilio;

  e vidi lui tornare a tutt'i lumi

de la sua strada novecento trenta

fiate, mentre ch'io in terra fu' mi.

  La lingua ch'io parlai fu tutta spenta

innanzi che a l'ovra inconsummabile

fosse la gente di Nembròt attenta:

  ché nullo effetto mai razionabile,

per lo piacere uman che rinovella

seguendo il cielo, sempre fu durabile.

  Opera naturale è ch'uom favella;

ma così o così, natura lascia

poi fare a voi secondo che v'abbella.

  Pria ch'i' scendessi a l'infernale ambascia,

I s'appellava in terra il sommo bene

onde vien la letizia che mi fascia;

  e El si chiamò poi: e ciò convene,

ché l'uso d'i mortali è come fronda

in ramo, che sen va e altra vene.

  Nel monte che si leva più da l'onda,

fu' io, con vita pura e disonesta,

da la prim'ora a quella che seconda,

  come 'l sol muta quadra, l'ora sesta».







Paradiso: Canto XXVII



  'Al Padre, al Figlio, a lo Spirito Santo',

cominciò, 'gloria!', tutto 'l paradiso,

sì che m'inebriava il dolce canto.

  Ciò ch'io vedeva mi sembiava un riso

de l'universo; per che mia ebbrezza

intrava per l'udire e per lo viso.

  Oh gioia! oh ineffabile allegrezza!

oh vita intègra d'amore e di pace!

oh sanza brama sicura ricchezza!

  Dinanzi a li occhi miei le quattro face

stavano accese, e quella che pria venne

incominciò a farsi più vivace,

  e tal ne la sembianza sua divenne,

qual diverrebbe Iove, s'elli e Marte

fossero augelli e cambiassersi penne.

  La provedenza, che quivi comparte

vice e officio, nel beato coro

silenzio posto avea da ogne parte,

  quand'io udi': «Se io mi trascoloro,

non ti maravigliar, ché, dicend'io,

vedrai trascolorar tutti costoro.

  Quelli ch'usurpa in terra il luogo mio,

il luogo mio, il luogo mio, che vaca

ne la presenza del Figliuol di Dio,

  fatt'ha del cimitero mio cloaca

del sangue e de la puzza; onde 'l perverso

che cadde di qua sù, là giù si placa».

  Di quel color che per lo sole avverso

nube dipigne da sera e da mane,

vid'io allora tutto 'l ciel cosperso.

  E come donna onesta che permane

di sé sicura, e per l'altrui fallanza,

pur ascoltando, timida si fane,

  così Beatrice trasmutò sembianza;

e tale eclissi credo che 'n ciel fue,

quando patì la supprema possanza.

  Poi procedetter le parole sue

con voce tanto da sé trasmutata,

che la sembianza non si mutò piùe:

  «Non fu la sposa di Cristo allevata

del sangue mio, di Lin, di quel di Cleto,

per essere ad acquisto d'oro usata;

  ma per acquisto d'esto viver lieto

e Sisto e Pio e Calisto e Urbano

sparser lo sangue dopo molto fleto.

  Non fu nostra intenzion ch'a destra mano

d'i nostri successor parte sedesse,

parte da l'altra del popol cristiano;

  né che le chiavi che mi fuor concesse,

divenisser signaculo in vessillo

che contra battezzati combattesse;

  né ch'io fossi figura di sigillo

a privilegi venduti e mendaci,

ond'io sovente arrosso e disfavillo.

  In vesta di pastor lupi rapaci

si veggion di qua sù per tutti i paschi:

o difesa di Dio, perché pur giaci?

  Del sangue nostro Caorsini e Guaschi

s'apparecchian di bere: o buon principio,

a che vil fine convien che tu caschi!

  Ma l'alta provedenza, che con Scipio

difese a Roma la gloria del mondo,

soccorrà tosto, sì com'io concipio;

  e tu, figliuol, che per lo mortal pondo

ancor giù tornerai, apri la bocca,

e non asconder quel ch'io non ascondo».

  Sì come di vapor gelati fiocca

in giuso l'aere nostro, quando 'l corno

de la capra del ciel col sol si tocca,

  in sù vid'io così l'etera addorno

farsi e fioccar di vapor triunfanti

che fatto avien con noi quivi soggiorno.

  Lo viso mio seguiva i suoi sembianti,

e seguì fin che 'l mezzo, per lo molto,

li tolse il trapassar del più avanti.

  Onde la donna, che mi vide assolto

de l'attendere in sù, mi disse: «Adima

il viso e guarda come tu se' vòlto».

  Da l'ora ch'io avea guardato prima

i' vidi mosso me per tutto l'arco

che fa dal mezzo al fine il primo clima;

  sì ch'io vedea di là da Gade il varco

folle d'Ulisse, e di qua presso il lito

nel qual si fece Europa dolce carco.

  E più mi fora discoverto il sito

di questa aiuola; ma 'l sol procedea

sotto i mie' piedi un segno e più partito.

  La mente innamorata, che donnea

con la mia donna sempre, di ridure

ad essa li occhi più che mai ardea;

  e se natura o arte fé pasture

da pigliare occhi, per aver la mente,

in carne umana o ne le sue pitture,

  tutte adunate, parrebber niente

ver' lo piacer divin che mi refulse,

quando mi volsi al suo viso ridente.

  E la virtù che lo sguardo m'indulse,

del bel nido di Leda mi divelse,

e nel ciel velocissimo m'impulse.

  Le parti sue vivissime ed eccelse

sì uniforme son, ch'i' non so dire

qual Beatrice per loco mi scelse.

  Ma ella, che vedea 'l mio disire,

incominciò, ridendo tanto lieta,

che Dio parea nel suo volto gioire:

  «La natura del mondo, che quieta

il mezzo e tutto l'altro intorno move,

quinci comincia come da sua meta;

  e questo cielo non ha altro dove

che la mente divina, in che s'accende

l'amor che 'l volge e la virtù ch'ei piove.

  Luce e amor d'un cerchio lui comprende,

sì come questo li altri; e quel precinto

colui che 'l cinge solamente intende.

  Non è suo moto per altro distinto,

ma li altri son mensurati da questo,

sì come diece da mezzo e da quinto;

  e come il tempo tegna in cotal testo

le sue radici e ne li altri le fronde,

omai a te può esser manifesto.

  Oh cupidigia che i mortali affonde

sì sotto te, che nessuno ha podere

di trarre li occhi fuor de le tue onde!

  Ben fiorisce ne li uomini il volere;

ma la pioggia continua converte

in bozzacchioni le sosine vere.

  Fede e innocenza son reperte

solo ne' parvoletti; poi ciascuna

pria fugge che le guance sian coperte.

  Tale, balbuziendo ancor, digiuna,

che poi divora, con la lingua sciolta,

qualunque cibo per qualunque luna;

  e tal, balbuziendo, ama e ascolta

la madre sua, che, con loquela intera,

disia poi di vederla sepolta.

  Così si fa la pelle bianca nera

nel primo aspetto de la bella figlia

di quel ch'apporta mane e lascia sera.

  Tu, perché non ti facci maraviglia,

pensa che 'n terra non è chi governi;

onde sì svia l'umana famiglia.

  Ma prima che gennaio tutto si sverni

per la centesma ch'è là giù negletta,

raggeran sì questi cerchi superni,

  che la fortuna che tanto s'aspetta,

le poppe volgerà u' son le prore,

sì che la classe correrà diretta;

  e vero frutto verrà dopo 'l fiore».







Paradiso: Canto XXVIII



  Poscia che 'ncontro a la vita presente

d'i miseri mortali aperse 'l vero

quella che 'mparadisa la mia mente,

  come in lo specchio fiamma di doppiero

vede colui che se n'alluma retro,

prima che l'abbia in vista o in pensiero,

  e sé rivolge per veder se 'l vetro

li dice il vero, e vede ch'el s'accorda

con esso come nota con suo metro;

  così la mia memoria si ricorda

ch'io feci riguardando ne' belli occhi

onde a pigliarmi fece Amor la corda.

  E com'io mi rivolsi e furon tocchi

li miei da ciò che pare in quel volume,

quandunque nel suo giro ben s'adocchi,

  un punto vidi che raggiava lume

acuto sì, che 'l viso ch'elli affoca

chiuder conviensi per lo forte acume;

  e quale stella par quinci più poca,

parrebbe luna, locata con esso

come stella con stella si collòca.

  Forse cotanto quanto pare appresso

alo cigner la luce che 'l dipigne

quando 'l vapor che 'l porta più è spesso,

  distante intorno al punto un cerchio d'igne

si girava sì ratto, ch'avria vinto

quel moto che più tosto il mondo cigne;

  e questo era d'un altro circumcinto,

e quel dal terzo, e 'l terzo poi dal quarto,

dal quinto il quarto, e poi dal sesto il quinto.

  Sopra seguiva il settimo sì sparto

già di larghezza, che 'l messo di Iuno

intero a contenerlo sarebbe arto.

  Così l'ottavo e 'l nono; e chiascheduno

più tardo si movea, secondo ch'era

in numero distante più da l'uno;

  e quello avea la fiamma più sincera

cui men distava la favilla pura,

credo, però che più di lei s'invera.

  La donna mia, che mi vedea in cura

forte sospeso, disse: «Da quel punto

depende il cielo e tutta la natura.

  Mira quel cerchio che più li è congiunto;

e sappi che 'l suo muovere è sì tosto

per l'affocato amore ond'elli è punto».

  E io a lei: «Se 'l mondo fosse posto

con l'ordine ch'io veggio in quelle rote,

sazio m'avrebbe ciò che m'è proposto;

  ma nel mondo sensibile si puote

veder le volte tanto più divine,

quant'elle son dal centro più remote.

  Onde, se 'l mio disir dee aver fine

in questo miro e angelico templo

che solo amore e luce ha per confine,

  udir convienmi ancor come l'essemplo

e l'essemplare non vanno d'un modo,

ché io per me indarno a ciò contemplo».

  «Se li tuoi diti non sono a tal nodo

sufficienti, non è maraviglia:

tanto, per non tentare, è fatto sodo!».

  Così la donna mia; poi disse: «Piglia

quel ch'io ti dicerò, se vuo' saziarti;

e intorno da esso t'assottiglia.

  Li cerchi corporai sono ampi e arti

secondo il più e 'l men de la virtute

che si distende per tutte lor parti.

  Maggior bontà vuol far maggior salute;

maggior salute maggior corpo cape,

s'elli ha le parti igualmente compiute.

  Dunque costui che tutto quanto rape

l'altro universo seco, corrisponde

al cerchio che più ama e che più sape:

  per che, se tu a la virtù circonde

la tua misura, non a la parvenza

de le sustanze che t'appaion tonde,

  tu vederai mirabil consequenza

di maggio a più e di minore a meno,

in ciascun cielo, a sua intelligenza».

  Come rimane splendido e sereno

l'emisperio de l'aere, quando soffia

Borea da quella guancia ond'è più leno,

  per che si purga e risolve la roffia

che pria turbava, sì che 'l ciel ne ride

con le bellezze d'ogne sua paroffia;

  così fec'io, poi che mi provide

la donna mia del suo risponder chiaro,

e come stella in cielo il ver si vide.

  E poi che le parole sue restaro,

non altrimenti ferro disfavilla

che bolle, come i cerchi sfavillaro.

  L'incendio suo seguiva ogne scintilla;

ed eran tante, che 'l numero loro

più che 'l doppiar de li scacchi s'inmilla.

  Io sentiva osannar di coro in coro

al punto fisso che li tiene a li ubi,

e terrà sempre, ne' quai sempre fuoro.

  E quella che vedea i pensier dubi

ne la mia mente, disse: «I cerchi primi

t'hanno mostrato Serafi e Cherubi.

  Così veloci seguono i suoi vimi,

per somigliarsi al punto quanto ponno;

e posson quanto a veder son soblimi.

  Quelli altri amori che 'ntorno li vonno,

si chiaman Troni del divino aspetto,

per che 'l primo ternaro terminonno;

  e dei saper che tutti hanno diletto

quanto la sua veduta si profonda

nel vero in che si queta ogne intelletto.

  Quinci si può veder come si fonda

l'essere beato ne l'atto che vede,

non in quel ch'ama, che poscia seconda;

  e del vedere è misura mercede,

che grazia partorisce e buona voglia:

così di grado in grado si procede.

  L'altro ternaro, che così germoglia

in questa primavera sempiterna

che notturno Ariete non dispoglia,

  perpetualemente 'Osanna' sberna

con tre melode, che suonano in tree

ordini di letizia onde s'interna.

  In essa gerarcia son l'altre dee:

prima Dominazioni, e poi Virtudi;

l'ordine terzo di Podestadi èe.

  Poscia ne' due penultimi tripudi

Principati e Arcangeli si girano;

l'ultimo è tutto d'Angelici ludi.

  Questi ordini di sù tutti s'ammirano,

e di giù vincon sì, che verso Dio

tutti tirati sono e tutti tirano.

  E Dionisio con tanto disio

a contemplar questi ordini si mise,

che li nomò e distinse com'io.

  Ma Gregorio da lui poi si divise;

onde, sì tosto come li occhi aperse

in questo ciel, di sé medesmo rise.

  E se tanto secreto ver proferse

mortale in terra, non voglio ch'ammiri;

ché chi 'l vide qua sù gliel discoperse

  con altro assai del ver di questi giri».







Paradiso: Canto XXIX



  Quando ambedue li figli di Latona,

coperti del Montone e de la Libra,

fanno de l'orizzonte insieme zona,

  quant'è dal punto che 'l cenìt inlibra

infin che l'uno e l'altro da quel cinto,

cambiando l'emisperio, si dilibra,

  tanto, col volto di riso dipinto,

si tacque Beatrice, riguardando

fiso nel punto che m'avea vinto.

  Poi cominciò: «Io dico, e non dimando,

quel che tu vuoli udir, perch'io l'ho visto

là 've s'appunta ogne ubi e ogne quando.

  Non per aver a sé di bene acquisto,

ch'esser non può, ma perché suo splendore

potesse, risplendendo, dir "Subsisto",

  in sua etternità di tempo fore,

fuor d'ogne altro comprender, come i piacque,

s'aperse in nuovi amor l'etterno amore.

  Né prima quasi torpente si giacque;

ché né prima né poscia procedette

lo discorrer di Dio sovra quest'acque.

  Forma e materia, congiunte e purette,

usciro ad esser che non avia fallo,

come d'arco tricordo tre saette.

  E come in vetro, in ambra o in cristallo

raggio resplende sì, che dal venire

a l'esser tutto non è intervallo,

  così 'l triforme effetto del suo sire

ne l'esser suo raggiò insieme tutto

sanza distinzione in essordire.

  Concreato fu ordine e costrutto

a le sustanze; e quelle furon cima

nel mondo in che puro atto fu produtto;

  pura potenza tenne la parte ima;

nel mezzo strinse potenza con atto

tal vime, che già mai non si divima.

  Ieronimo vi scrisse lungo tratto

di secoli de li angeli creati

anzi che l'altro mondo fosse fatto;

  ma questo vero è scritto in molti lati

da li scrittor de lo Spirito Santo,

e tu te n'avvedrai se bene agguati;

  e anche la ragione il vede alquanto,

che non concederebbe che ' motori

sanza sua perfezion fosser cotanto.

  Or sai tu dove e quando questi amori

furon creati e come: sì che spenti

nel tuo disio già son tre ardori.

  Né giugneriesi, numerando, al venti

sì tosto, come de li angeli parte

turbò il suggetto d'i vostri alementi.

  L'altra rimase, e cominciò quest'arte

che tu discerni, con tanto diletto,

che mai da circuir non si diparte.

  Principio del cader fu il maladetto

superbir di colui che tu vedesti

da tutti i pesi del mondo costretto.

  Quelli che vedi qui furon modesti

a riconoscer sé da la bontate

che li avea fatti a tanto intender presti:

  per che le viste lor furo essaltate

con grazia illuminante e con lor merto,

si c'hanno ferma e piena volontate;

  e non voglio che dubbi, ma sia certo,

che ricever la grazia è meritorio

secondo che l'affetto l'è aperto.

  Omai dintorno a questo consistorio

puoi contemplare assai, se le parole

mie son ricolte, sanz'altro aiutorio.

  Ma perché 'n terra per le vostre scole

si legge che l'angelica natura

è tal, che 'ntende e si ricorda e vole,

  ancor dirò, perché tu veggi pura

la verità che là giù si confonde,

equivocando in sì fatta lettura.

  Queste sustanze, poi che fur gioconde

de la faccia di Dio, non volser viso

da essa, da cui nulla si nasconde:

  però non hanno vedere interciso

da novo obietto, e però non bisogna

rememorar per concetto diviso;

  sì che là giù, non dormendo, si sogna,

credendo e non credendo dicer vero;

ma ne l'uno è più colpa e più vergogna.

  Voi non andate giù per un sentiero

filosofando: tanto vi trasporta

l'amor de l'apparenza e 'l suo pensiero!

  E ancor questo qua sù si comporta

con men disdegno che quando è posposta

la divina Scrittura o quando è torta.

  Non vi si pensa quanto sangue costa

seminarla nel mondo e quanto piace

chi umilmente con essa s'accosta.

  Per apparer ciascun s'ingegna e face

sue invenzioni; e quelle son trascorse

da' predicanti e 'l Vangelio si tace.

  Un dice che la luna si ritorse

ne la passion di Cristo e s'interpuose,

per che 'l lume del sol giù non si porse;

  e mente, ché la luce si nascose

da sé: però a li Spani e a l'Indi

come a' Giudei tale eclissi rispuose.

  Non ha Fiorenza tanti Lapi e Bindi

quante sì fatte favole per anno

in pergamo si gridan quinci e quindi;

  sì che le pecorelle, che non sanno,

tornan del pasco pasciute di vento,

e non le scusa non veder lo danno.

  Non disse Cristo al suo primo convento:

'Andate, e predicate al mondo ciance';

ma diede lor verace fondamento;

  e quel tanto sonò ne le sue guance,

sì ch'a pugnar per accender la fede

de l'Evangelio fero scudo e lance.

  Ora si va con motti e con iscede

a predicare, e pur che ben si rida,

gonfia il cappuccio e più non si richiede.

  Ma tale uccel nel becchetto s'annida,

che se 'l vulgo il vedesse, vederebbe

la perdonanza di ch'el si confida;

  per cui tanta stoltezza in terra crebbe,

che, sanza prova d'alcun testimonio,

ad ogne promession si correrebbe.

  Di questo ingrassa il porco sant'Antonio,

e altri assai che sono ancor più porci,

pagando di moneta sanza conio.

  Ma perché siam digressi assai, ritorci

li occhi oramai verso la dritta strada,

sì che la via col tempo si raccorci.

  Questa natura sì oltre s'ingrada

in numero, che mai non fu loquela

né concetto mortal che tanto vada;

  e se tu guardi quel che si revela

per Daniel, vedrai che 'n sue migliaia

determinato numero si cela.

  La prima luce, che tutta la raia,

per tanti modi in essa si recepe,

quanti son li splendori a chi s'appaia.

  Onde, però che a l'atto che concepe

segue l'affetto, d'amar la dolcezza

diversamente in essa ferve e tepe.

  Vedi l'eccelso omai e la larghezza

de l'etterno valor, poscia che tanti

speculi fatti s'ha in che si spezza,

  uno manendo in sé come davanti».







Paradiso: Canto XXX



  Forse semilia miglia di lontano

ci ferve l'ora sesta, e questo mondo

china già l'ombra quasi al letto piano,

  quando 'l mezzo del cielo, a noi profondo,

comincia a farsi tal, ch'alcuna stella

perde il parere infino a questo fondo;

  e come vien la chiarissima ancella

del sol più oltre, così 'l ciel si chiude

di vista in vista infino a la più bella.

  Non altrimenti il triunfo che lude

sempre dintorno al punto che mi vinse,

parendo inchiuso da quel ch'elli 'nchiude,

  a poco a poco al mio veder si stinse:

per che tornar con li occhi a Beatrice

nulla vedere e amor mi costrinse.

  Se quanto infino a qui di lei si dice

fosse conchiuso tutto in una loda,

poca sarebbe a fornir questa vice.

  La bellezza ch'io vidi si trasmoda

non pur di là da noi, ma certo io credo

che solo il suo fattor tutta la goda.

  Da questo passo vinto mi concedo

più che già mai da punto di suo tema

soprato fosse comico o tragedo:

  ché, come sole in viso che più trema,

così lo rimembrar del dolce riso

la mente mia da me medesmo scema.

  Dal primo giorno ch'i' vidi il suo viso

in questa vita, infino a questa vista,

non m'è il seguire al mio cantar preciso;

  ma or convien che mio seguir desista

più dietro a sua bellezza, poetando,

come a l'ultimo suo ciascuno artista.

  Cotal qual io lascio a maggior bando

che quel de la mia tuba, che deduce

l'ardua sua matera terminando,

  con atto e voce di spedito duce

ricominciò: «Noi siamo usciti fore

del maggior corpo al ciel ch'è pura luce:

  luce intellettual, piena d'amore;

amor di vero ben, pien di letizia;

letizia che trascende ogne dolzore.

  Qui vederai l'una e l'altra milizia

di paradiso, e l'una in quelli aspetti

che tu vedrai a l'ultima giustizia».

  Come sùbito lampo che discetti

li spiriti visivi, sì che priva

da l'atto l'occhio di più forti obietti,

  così mi circunfulse luce viva,

e lasciommi fasciato di tal velo

del suo fulgor, che nulla m'appariva.

  «Sempre l'amor che queta questo cielo

accoglie in sé con sì fatta salute,

per far disposto a sua fiamma il candelo».

  Non fur più tosto dentro a me venute

queste parole brievi, ch'io compresi

me sormontar di sopr'a mia virtute;

  e di novella vista mi raccesi

tale, che nulla luce è tanto mera,

che li occhi miei non si fosser difesi;

  e vidi lume in forma di rivera

fulvido di fulgore, intra due rive

dipinte di mirabil primavera.

  Di tal fiumana uscian faville vive,

e d'ogne parte si mettìen ne' fiori,

quasi rubin che oro circunscrive;

  poi, come inebriate da li odori,

riprofondavan sé nel miro gurge;

e s'una intrava, un'altra n'uscia fori.

  «L'alto disio che mo t'infiamma e urge,

d'aver notizia di ciò che tu vei,

tanto mi piace più quanto più turge;

  ma di quest'acqua convien che tu bei

prima che tanta sete in te si sazi»:

così mi disse il sol de li occhi miei.

  Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi

ch'entrano ed escono e 'l rider de l'erbe

son di lor vero umbriferi prefazi.

  Non che da sé sian queste cose acerbe;

ma è difetto da la parte tua,

che non hai viste ancor tanto superbe».

  Non è fantin che sì sùbito rua

col volto verso il latte, se si svegli

molto tardato da l'usanza sua,

  come fec'io, per far migliori spegli

ancor de li occhi, chinandomi a l'onda

che si deriva perché vi s'immegli;

  e sì come di lei bevve la gronda

de le palpebre mie, così mi parve

di sua lunghezza divenuta tonda.

  Poi, come gente stata sotto larve,

che pare altro che prima, se si sveste

la sembianza non sua in che disparve,

  così mi si cambiaro in maggior feste

li fiori e le faville, sì ch'io vidi

ambo le corti del ciel manifeste.

  O isplendor di Dio, per cu' io vidi

l'alto triunfo del regno verace,

dammi virtù a dir com'io il vidi!

  Lume è là sù che visibile face

lo creatore a quella creatura

che solo in lui vedere ha la sua pace.

  E' si distende in circular figura,

in tanto che la sua circunferenza

sarebbe al sol troppo larga cintura.

  Fassi di raggio tutta sua parvenza

reflesso al sommo del mobile primo,

che prende quindi vivere e potenza.

  E come clivo in acqua di suo imo

si specchia, quasi per vedersi addorno,

quando è nel verde e ne' fioretti opimo,

  sì, soprastando al lume intorno intorno,

vidi specchiarsi in più di mille soglie

quanto di noi là sù fatto ha ritorno.

  E se l'infimo grado in sé raccoglie

sì grande lume, quanta è la larghezza

di questa rosa ne l'estreme foglie!

  La vista mia ne l'ampio e ne l'altezza

non si smarriva, ma tutto prendeva

il quanto e 'l quale di quella allegrezza.

  Presso e lontano, lì, né pon né leva:

ché dove Dio sanza mezzo governa,

la legge natural nulla rileva.

  Nel giallo de la rosa sempiterna,

che si digrada e dilata e redole

odor di lode al sol che sempre verna,

  qual è colui che tace e dicer vole,

mi trasse Beatrice, e disse: «Mira

quanto è 'l convento de le bianche stole!

  Vedi nostra città quant'ella gira;

vedi li nostri scanni sì ripieni,

che poca gente più ci si disira.

  E 'n quel gran seggio a che tu li occhi tieni

per la corona che già v'è sù posta,

prima che tu a queste nozze ceni,

  sederà l'alma, che fia giù agosta,

de l'alto Arrigo, ch'a drizzare Italia

verrà in prima ch'ella sia disposta.

  La cieca cupidigia che v'ammalia

simili fatti v'ha al fantolino

che muor per fame e caccia via la balia.

  E fia prefetto nel foro divino

allora tal, che palese e coverto

non anderà con lui per un cammino.

  Ma poco poi sarà da Dio sofferto

nel santo officio; ch'el sarà detruso

là dove Simon mago è per suo merto,

  e farà quel d'Alagna intrar più giuso».







Paradiso: Canto XXXI



  In forma dunque di candida rosa

mi si mostrava la milizia santa

che nel suo sangue Cristo fece sposa;

  ma l'altra, che volando vede e canta

la gloria di colui che la 'nnamora

e la bontà che la fece cotanta,

  sì come schiera d'ape, che s'infiora

una fiata e una si ritorna

là dove suo laboro s'insapora,

  nel gran fior discendeva che s'addorna

di tante foglie, e quindi risaliva

là dove 'l suo amor sempre soggiorna.

  Le facce tutte avean di fiamma viva,

e l'ali d'oro, e l'altro tanto bianco,

che nulla neve a quel termine arriva.

  Quando scendean nel fior, di banco in banco

porgevan de la pace e de l'ardore

ch'elli acquistavan ventilando il fianco.

  Né l'interporsi tra 'l disopra e 'l fiore

di tanta moltitudine volante

impediva la vista e lo splendore:

  ché la luce divina è penetrante

per l'universo secondo ch'è degno,

sì che nulla le puote essere ostante.

  Questo sicuro e gaudioso regno,

frequente in gente antica e in novella,

viso e amore avea tutto ad un segno.

  O trina luce, che 'n unica stella

scintillando a lor vista, sì li appaga!

guarda qua giuso a la nostra procella!

  Se i barbari, venendo da tal plaga

che ciascun giorno d'Elice si cuopra,

rotante col suo figlio ond'ella è vaga,

  veggendo Roma e l'ardua sua opra,

stupefaciensi, quando Laterano

a le cose mortali andò di sopra;

  io, che al divino da l'umano,

a l'etterno dal tempo era venuto,

e di Fiorenza in popol giusto e sano

  di che stupor dovea esser compiuto!

Certo tra esso e 'l gaudio mi facea

libito non udire e starmi muto.

  E quasi peregrin che si ricrea

nel tempio del suo voto riguardando,

e spera già ridir com'ello stea,

  su per la viva luce passeggiando,

menava io li occhi per li gradi,

mo sù, mo giù e mo recirculando.

  Vedea visi a carità suadi,

d'altrui lume fregiati e di suo riso,

e atti ornati di tutte onestadi.

  La forma general di paradiso

già tutta mio sguardo avea compresa,

in nulla parte ancor fermato fiso;

  e volgeami con voglia riaccesa

per domandar la mia donna di cose

di che la mente mia era sospesa.

  Uno intendea, e altro mi rispuose:

credea veder Beatrice e vidi un sene

vestito con le genti gloriose.

  Diffuso era per li occhi e per le gene

di benigna letizia, in atto pio

quale a tenero padre si convene.

  E «Ov'è ella?», sùbito diss'io.

Ond'elli: «A terminar lo tuo disiro

mosse Beatrice me del loco mio;

  e se riguardi sù nel terzo giro

dal sommo grado, tu la rivedrai

nel trono che suoi merti le sortiro».

  Sanza risponder, li occhi sù levai,

e vidi lei che si facea corona

reflettendo da sé li etterni rai.

  Da quella region che più sù tona

occhio mortale alcun tanto non dista,

qualunque in mare più giù s'abbandona,

  quanto lì da Beatrice la mia vista;

ma nulla mi facea, ché sua effige

non discendea a me per mezzo mista.

  «O donna in cui la mia speranza vige,

e che soffristi per la mia salute

in inferno lasciar le tue vestige,

  di tante cose quant'i' ho vedute,

dal tuo podere e da la tua bontate

riconosco la grazia e la virtute.

  Tu m'hai di servo tratto a libertate

per tutte quelle vie, per tutt'i modi

che di ciò fare avei la potestate.

  La tua magnificenza in me custodi,

sì che l'anima mia, che fatt'hai sana,

piacente a te dal corpo si disnodi».

  Così orai; e quella, sì lontana

come parea, sorrise e riguardommi;

poi si tornò a l'etterna fontana.

  E 'l santo sene: «Acciò che tu assommi

perfettamente», disse, «il tuo cammino,

a che priego e amor santo mandommi,

  vola con li occhi per questo giardino;

ché veder lui t'acconcerà lo sguardo

più al montar per lo raggio divino.

  E la regina del cielo, ond'io ardo

tutto d'amor, ne farà ogne grazia,

però ch'i' sono il suo fedel Bernardo».

  Qual è colui che forse di Croazia

viene a veder la Veronica nostra,

che per l'antica fame non sen sazia,

  ma dice nel pensier, fin che si mostra:

'Segnor mio Iesù Cristo, Dio verace,

or fu sì fatta la sembianza vostra?';

  tal era io mirando la vivace

carità di colui che 'n questo mondo,

contemplando, gustò di quella pace.

  «Figliuol di grazia, quest'esser giocondo»,

cominciò elli, «non ti sarà noto,

tenendo li occhi pur qua giù al fondo;

  ma guarda i cerchi infino al più remoto,

tanto che veggi seder la regina

cui questo regno è suddito e devoto».

  Io levai li occhi; e come da mattina

la parte oriental de l'orizzonte

soverchia quella dove 'l sol declina,

  così, quasi di valle andando a monte

con li occhi, vidi parte ne lo stremo

vincer di lume tutta l'altra fronte.

  E come quivi ove s'aspetta il temo

che mal guidò Fetonte, più s'infiamma,

e quinci e quindi il lume si fa scemo,

  così quella pacifica oriafiamma

nel mezzo s'avvivava, e d'ogne parte

per igual modo allentava la fiamma;

  e a quel mezzo, con le penne sparte,

vid'io più di mille angeli festanti,

ciascun distinto di fulgore e d'arte.

  Vidi a lor giochi quivi e a lor canti

ridere una bellezza, che letizia

era ne li occhi a tutti li altri santi;

  e s'io avessi in dir tanta divizia

quanta ad imaginar, non ardirei

lo minimo tentar di sua delizia.

  Bernardo, come vide li occhi miei

nel caldo suo caler fissi e attenti,

li suoi con tanto affetto volse a lei,

  che ' miei di rimirar fé più ardenti.







Paradiso: Canto XXXII



  Affetto al suo piacer, quel contemplante

libero officio di dottore assunse,

e cominciò queste parole sante:

  «La piaga che Maria richiuse e unse,

quella ch'è tanto bella da' suoi piedi

è colei che l'aperse e che la punse.

  Ne l'ordine che fanno i terzi sedi,

siede Rachel di sotto da costei

con Beatrice, sì come tu vedi.

  Sarra e Rebecca, Iudìt e colei

che fu bisava al cantor che per doglia

del fallo disse 'Miserere mei',

  puoi tu veder così di soglia in soglia

giù digradar, com'io ch'a proprio nome

vo per la rosa giù di foglia in foglia.

  E dal settimo grado in giù, sì come

infino ad esso, succedono Ebree,

dirimendo del fior tutte le chiome;

  perché, secondo lo sguardo che fée

la fede in Cristo, queste sono il muro

a che si parton le sacre scalee.

  Da questa parte onde 'l fiore è maturo

di tutte le sue foglie, sono assisi

quei che credettero in Cristo venturo;

  da l'altra parte onde sono intercisi

di vòti i semicirculi, si stanno

quei ch'a Cristo venuto ebber li visi.

  E come quinci il glorioso scanno

de la donna del cielo e li altri scanni

di sotto lui cotanta cerna fanno,

  così di contra quel del gran Giovanni,

che sempre santo 'l diserto e 'l martiro

sofferse, e poi l'inferno da due anni;

  e sotto lui così cerner sortiro

Francesco, Benedetto e Augustino

e altri fin qua giù di giro in giro.

  Or mira l'alto proveder divino:

ché l'uno e l'altro aspetto de la fede

igualmente empierà questo giardino.

  E sappi che dal grado in giù che fiede

a mezzo il tratto le due discrezioni,

per nullo proprio merito si siede,

  ma per l'altrui, con certe condizioni:

ché tutti questi son spiriti ascolti

prima ch'avesser vere elezioni.

  Ben te ne puoi accorger per li volti

e anche per le voci puerili,

se tu li guardi bene e se li ascolti.

  Or dubbi tu e dubitando sili;

ma io discioglierò 'l forte legame

in che ti stringon li pensier sottili.

  Dentro a l'ampiezza di questo reame

casual punto non puote aver sito,

se non come tristizia o sete o fame:

  ché per etterna legge è stabilito

quantunque vedi, sì che giustamente

ci si risponde da l'anello al dito;

  e però questa festinata gente

a vera vita non è sine causa

intra sé qui più e meno eccellente.

  Lo rege per cui questo regno pausa

in tanto amore e in tanto diletto,

che nulla volontà è di più ausa,

  le menti tutte nel suo lieto aspetto

creando, a suo piacer di grazia dota

diversamente; e qui basti l'effetto.

  E ciò espresso e chiaro vi si nota

ne la Scrittura santa in quei gemelli

che ne la madre ebber l'ira commota.



  Però, secondo il color d'i capelli,

di cotal grazia l'altissimo lume

degnamente convien che s'incappelli.

  Dunque, sanza mercé di lor costume,

locati son per gradi differenti,

sol differendo nel primiero acume.

  Bastavasi ne' secoli recenti

con l'innocenza, per aver salute,

solamente la fede d'i parenti;

  poi che le prime etadi fuor compiute,

convenne ai maschi a l'innocenti penne

per circuncidere acquistar virtute;

  ma poi che 'l tempo de la grazia venne,

sanza battesmo perfetto di Cristo

tale innocenza là giù si ritenne.

  Riguarda omai ne la faccia che a Cristo

più si somiglia, ché la sua chiarezza

sola ti può disporre a veder Cristo».

  Io vidi sopra lei tanta allegrezza

piover, portata ne le menti sante

create a trasvolar per quella altezza,

  che quantunque io avea visto davante,

di tanta ammirazion non mi sospese,

né mi mostrò di Dio tanto sembiante;

  e quello amor che primo lì discese,

cantando 'Ave, Maria, gratia plena',

dinanzi a lei le sue ali distese.

  Rispuose a la divina cantilena

da tutte parti la beata corte,

sì ch'ogne vista sen fé più serena.

  «O santo padre, che per me comporte

l'esser qua giù, lasciando il dolce loco

nel qual tu siedi per etterna sorte,

  qual è quell'angel che con tanto gioco

guarda ne li occhi la nostra regina,

innamorato sì che par di foco?».

  Così ricorsi ancora a la dottrina

di colui ch'abbelliva di Maria,

come del sole stella mattutina.

  Ed elli a me: «Baldezza e leggiadria

quant'esser puote in angelo e in alma,

tutta è in lui; e sì volem che sia,

  perch'elli è quelli che portò la palma

giuso a Maria, quando 'l Figliuol di Dio

carcar si volse de la nostra salma.

  Ma vieni omai con li occhi sì com'io

andrò parlando, e nota i gran patrici

di questo imperio giustissimo e pio.

  Quei due che seggon là sù più felici

per esser propinquissimi ad Augusta,

son d'esta rosa quasi due radici:

  colui che da sinistra le s'aggiusta

è il padre per lo cui ardito gusto

l'umana specie tanto amaro gusta;

  dal destro vedi quel padre vetusto

di Santa Chiesa a cui Cristo le clavi

raccomandò di questo fior venusto.

  E quei che vide tutti i tempi gravi,

pria che morisse, de la bella sposa

che s'acquistò con la lancia e coi clavi,

  siede lungh'esso, e lungo l'altro posa

quel duca sotto cui visse di manna

la gente ingrata, mobile e retrosa.

  Di contr'a Pietro vedi sedere Anna,

tanto contenta di mirar sua figlia,

che non move occhio per cantare osanna;

  e contro al maggior padre di famiglia

siede Lucia, che mosse la tua donna,

quando chinavi, a rovinar, le ciglia.

  Ma perché 'l tempo fugge che t'assonna,

qui farem punto, come buon sartore

che com'elli ha del panno fa la gonna;

  e drizzeremo li occhi al primo amore,

sì che, guardando verso lui, penètri

quant'è possibil per lo suo fulgore.

  Veramente, ne forse tu t'arretri

movendo l'ali tue, credendo oltrarti,

orando grazia conven che s'impetri

  grazia da quella che puote aiutarti;

e tu mi seguirai con l'affezione,

sì che dal dicer mio lo cor non parti».

  E cominciò questa santa orazione:







Paradiso: Canto XXXIII



  «Vergine Madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d'etterno consiglio,

  tu se' colei che l'umana natura

nobilitasti sì, che 'l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

  Nel ventre tuo si raccese l'amore,

per lo cui caldo ne l'etterna pace

così è germinato questo fiore.

  Qui se' a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra ' mortali,

se' di speranza fontana vivace.

  Donna, se' tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia e a te non ricorre

sua disianza vuol volar sanz'ali.

  La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fiate

liberamente al dimandar precorre.

  In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s'aduna

quantunque in creatura è di bontate.

  Or questi, che da l'infima lacuna

de l'universo infin qui ha vedute

le vite spiritali ad una ad una,

  supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l'ultima salute.

  E io, che mai per mio veder non arsi

più ch'i' fo per lo suo, tutti miei prieghi

ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

  perché tu ogne nube li disleghi

di sua mortalità co' prieghi tuoi,

sì che 'l sommo piacer li si dispieghi.

  Ancor ti priego, regina, che puoi

ciò che tu vuoli, che conservi sani,

dopo tanto veder, li affetti suoi.

  Vinca tua guardia i movimenti umani:

vedi Beatrice con quanti beati

per li miei prieghi ti chiudon le mani!».

  Li occhi da Dio diletti e venerati,

fissi ne l'orator, ne dimostraro

quanto i devoti prieghi le son grati;

  indi a l'etterno lume s'addrizzaro,

nel qual non si dee creder che s'invii

per creatura l'occhio tanto chiaro.

  E io ch'al fine di tutt'i disii

appropinquava, sì com'io dovea,

l'ardor del desiderio in me finii.

  Bernardo m'accennava, e sorridea,

perch'io guardassi suso; ma io era

già per me stesso tal qual ei volea:

  ché la mia vista, venendo sincera,

e più e più intrava per lo raggio

de l'alta luce che da sé è vera.

  Da quinci innanzi il mio veder fu maggio

che 'l parlar mostra, ch'a tal vista cede,

e cede la memoria a tanto oltraggio.

  Qual è colui che sognando vede,

che dopo 'l sogno la passione impressa

rimane, e l'altro a la mente non riede,

  cotal son io, ché quasi tutta cessa

mia visione, e ancor mi distilla

nel core il dolce che nacque da essa.

  Così la neve al sol si disigilla;

così al vento ne le foglie levi

si perdea la sentenza di Sibilla.

  O somma luce che tanto ti levi

da' concetti mortali, a la mia mente

ripresta un poco di quel che parevi,

  e fa la lingua mia tanto possente,

ch'una favilla sol de la tua gloria

possa lasciare a la futura gente;

  ché, per tornare alquanto a mia memoria

e per sonare un poco in questi versi,

più si conceperà di tua vittoria.

  Io credo, per l'acume ch'io soffersi

del vivo raggio, ch'i' sarei smarrito,

se li occhi miei da lui fossero aversi.

  E' mi ricorda ch'io fui più ardito

per questo a sostener, tanto ch'i' giunsi

l'aspetto mio col valore infinito.

  Oh abbondante grazia ond'io presunsi

ficcar lo viso per la luce etterna,

tanto che la veduta vi consunsi!

  Nel suo profondo vidi che s'interna

legato con amore in un volume,

ciò che per l'universo si squaderna:

  sustanze e accidenti e lor costume,

quasi conflati insieme, per tal modo

che ciò ch'i' dico è un semplice lume.

  La forma universal di questo nodo

credo ch'i' vidi, perché più di largo,

dicendo questo, mi sento ch'i' godo.

  Un punto solo m'è maggior letargo

che venticinque secoli a la 'mpresa,

che fé Nettuno ammirar l'ombra d'Argo.

  Così la mente mia, tutta sospesa,

mirava fissa, immobile e attenta,

e sempre di mirar faceasi accesa.

  A quella luce cotal si diventa,

che volgersi da lei per altro aspetto

è impossibil che mai si consenta;

  però che 'l ben, ch'è del volere obietto,

tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella

è defettivo ciò ch'è lì perfetto.

  Omai sarà più corta mia favella,

pur a quel ch'io ricordo, che d'un fante

che bagni ancor la lingua a la mammella.

  Non perché più ch'un semplice sembiante

fosse nel vivo lume ch'io mirava,

che tal è sempre qual s'era davante;

  ma per la vista che s'avvalorava

in me guardando, una sola parvenza,



mutandom'io, a me si travagliava.

  Ne la profonda e chiara sussistenza

de l'alto lume parvermi tre giri

di tre colori e d'una contenenza;

  e l'un da l'altro come iri da iri

parea reflesso, e 'l terzo parea foco

che quinci e quindi igualmente si spiri.

  Oh quanto è corto il dire e come fioco

al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,

è tanto, che non basta a dicer 'poco'.

  O luce etterna che sola in te sidi,

sola t'intendi, e da te intelletta

e intendente te ami e arridi!

  Quella circulazion che sì concetta

pareva in te come lume reflesso,

da li occhi miei alquanto circunspetta,

  dentro da sé, del suo colore stesso,

mi parve pinta de la nostra effige:

per che 'l mio viso in lei tutto era messo.

  Qual è 'l geomètra che tutto s'affige

per misurar lo cerchio, e non ritrova,

pensando, quel principio ond'elli indige,

  tal era io a quella vista nova:

veder voleva come si convenne

l'imago al cerchio e come vi s'indova;

  ma non eran da ciò le proprie penne:

se non che la mia mente fu percossa

da un fulgore in che sua voglia venne.

  A l'alta fantasia qui mancò possa;

ma già volgeva il mio disio e 'l velle,

sì come rota ch'igualmente è mossa,

  l'amor che move il sole e l'altre stelle.





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